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Argentina, sfida a tre per diventare presidente: in 32 milioni alle urne

Trentadue milioni di argentini sono chiamati domani a decidere il prossimo presidente del paese, appuntamento elettorale nel quale Daniel Scioli si presenta come favorito netto e rappresentante di un ennesimo mutamento del peronismo. Scioli è chiaramente avvantaggiato nei sondaggi, ma la partita che si gioca domani per la ‘Casa Rosadà è aperta. Alle sue spalle c’è Mauricio Macri, che anche in queste ore si afferra alla possibilità di un ballottaggio in programma il 22 novembre e che riaprirebbe del tutto la battaglia elettorale. Una sfida che rimane non a due, ma a tre. Dietro Macri c’è il terzo big dei candidati, il peronista dissidente Sergio Massa, il quale anche nel caso di un secondo turno rimarrà probabilmente fuori dai giochi, ma forte di un bottino di voti che a sua volta, tramite alleanze o accordi, potrebbe risultare determinante in vista del ‘balotajè.

L’unica certezza del voto di domani, dall’esito quindi molto incerto, è la fine dell’era ‘kirchneristà. Cristina Fernandez de Kirchner dovrà infatti consegnare le chiavi della ‘Casa Rosadà, forse a Scioli, che potrebbe così agguantare la presidenza e il sogno di una vita. I protagonisti di questa fase politica del paese, e in fondo anche del voto, sono comunque quattro: ai tre candidati bisogna aggiungere anche l’influente e irruente Cristina.

Tra le tante domande che i ‘porteos’ (gli abitanti di Buenos Aires) si fanno in queste ore c’è infatti non solo quale sarà l’esito di domani ma anche quale sarà il destino politico di Cristina e del ‘kirchnerismò, inteso come la lunga fase di governo (dodici anni) in cui alla Rosada c’è stato prima Nestor poi appunto sua moglie Cristina. Cristina pare avvertire solo in parte il logorio del potere visto che dirà ‘adios’ alla Casa Rosada con un alto grado di gradimento, in termini sia di immagine sia di capacità di governo. È in altre parole messa molto meglio delle ‘colleghè dell’America Latina, la cilena Michelle Bachelet e soprattutto la brasiliana Dilma Rousseff.

La presidenta, che di certo non intende andare in pensione, sottolinea di lasciare il governo con un bilancio nettamente positivo e cioè con un calo della povertà e un aumento dell’inclusione sociale, con un debito estero pari a zero, e un’inflazione sotto controllo: in altre parole, le politiche spinte per anni con determinazione dal kirchnerismo.

L’opposizione respinge tutto e su tutti i fronti. A cominciare dalla povertà, tema contestato tra l’altro anche dalla prestigiosa Università Cattolica Argentina e da diversi organismi. Per non parlare poi di problemi quali l’inflazione, visto che a Buenos Aires i prezzi viaggiano con una crescita pari a circa il 25% anno. Chi vorrà voltare pagina, chiudere con il potere ‘K’ e aprire ad una nuova fase politica voterà Macri o Massa. Chi invece vorrà in un modo o in un altro sostenere la continutà sceglierà Scioli. L’altro enigma della politica argentina di questi mesi è il difficile rapporto Scioli-Cristina.

E se dopo il peronismo kirchnerista e cristinista nascerà un’ennesima corrente del movimento politico fondato da Peron nel ’45 chiamato sciolismo. Per ora i riflettori rimangono puntati sulla notte elettorale della domenica, che si prevede quanto meno lunga.

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