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Dopo la Volkswagen anche Opel alla sbarra per emissioni inquinanti

Il dubbio che lo scandalo Volkswagen sia solo il primo di una lunga serie, da oggi, è un po’ più forte. A Berlino, l’organizzazione non governativa Deutsche Umwelthilfe ha reso pubblici i dati di una ricerca inedita, che mostrano pesanti violazioni anche in casa Opel. Nel mirino di test condotti in Svizzera è finita la Zafira 1.6 CDTi, un modello diesel che, «in alcune situazioni di guida, viola i limiti delle emissioni degli ossidi di azoto consentiti all’Euro 6, superandoli fino a 17 volte». E i risultati, è stato spiegato, «sono diversi a seconda che l’impatto inquinante dell’auto venga verificato con 2 o 4 ruote in funzione». La filiale di General Motor ha reagito negando tutto: «dati non giustificabili». «Le accuse sono false e infondate», ha replicato in una nota. E Opel ha preso subito le distanze anche da possibili analogie con Volkswagen: «fra i software elaborati da Gm nessuno è in grado di stabilire se un veicolo sia sottoposto a un test sulle emissioni». Sul fronte opposto, impugnando l’arma della salute dei cittadini, in un’appassionata conferenza stampa, Deutsche Umwelthilfe ne ha avute per tutti. Gli ambientalisti hanno spiegato di non essere affatto sorpresi dello scandalo del colosso di Wolfsburg: «Io mi sorprendo che ci si sia sorpresi», è sbottato Axel Friedrich, consulente internazionale sui Trasporti, e già dirigente dell’Umweltbundesamt, un ente federale che si occupa di tutela ambientale. E le critiche non riguardano solo l’industria dell’auto: «Nell’ultimo mese abbiamo chiesto un incontro al Ministero dei Trasporti, ma nessuno ci ha risposto. Neppure una risposta negativa ci hanno inviato», ha aggiunto Juergen Resch, direttore federale della Deutsche Umwelthilfe all’ANSA. Senza contare le denunce fatte in passato e rimaste inascoltate: «Hanno sempre guardato dall’altra parte». Da anni l’ong è fra quanti denunciano l’assenza di organi realmente indipendenti, in grado di constatare il reale impatto inquinante delle auto: «Solo in Europa è sempre tutto pulito…». Colpa dello strapotere delle lobby dell’auto. «I test che noi richiediamo di fare – ha spiegato ancora Resch – sono possibili tecnicamente in Germania, solo che nessuno vuole farli. I controllori sono tutti condizionati dall’industria dell’auto. E quindi rifiutano di effettuare le nostre verifiche. Ci rispondono che, se le facessero, perderebbero i contratti con le compagnie automobilistiche». Per questo motivo, nel caso di Opel, Deutsche Umwelthilfe è andata a scomodare un istituto di ricerca in Svizzera, la Fachhochschule di Berna: «Qui in Germania non sarebbe stato possibile». «Io non vedo alcuna ragione tecnica plausibile perché le emissioni debbano alzarsi in modo drastico se le ruote posteriori girano. E non ho alcun chiarimento plausibile per quello che accade sul fronte delle emissioni dei gas ai veicoli Opel», ha attaccato Friedrich. L’ong non ha accusato l’azienda automobilistica di frode – i profili giuridici sarebbero eventualmente da accertare da altri – si è per ora limitata a pubblicare i dati dei test, rivendicando per il futuro «verifiche indipendenti e inconfutabili, che siano svolte da organi di controllo istituzionali». Dal canto suo Opel ha reagito indignandosi: «È molto sleale che la Deutsche Umwelthilfe faccia delle affermazioni, senza mettere a nostra disposizione, come più volte richiesto, i dati di cui è in possesso». «Proprio in seguito a una richiesta di Deutsche Umwelthilfe – si aggiunge – i nostri ingegneri hanno attualmente rifatto e protocollato altri test su un’auto del tipo indicato (Zafira da 1,6 litri Euro 6, Diesel) secondo le regole in vigore: e questo sia nella modalità a due, sia a quattro ruote. Il risultato: i valori sono in regola sia nella misurazione con due ruote, sia in quella a 4 ruote». Su una cosa hanno certamente ragione: i dati sui test di Berna non erano stati girati alla Opel prima di stamani. «Non volevamo farci bloccare», è la spiegazione.

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