| categoria: Il Commento

Una giustizia da riformare

di Maurizio Del Maschio
È calato il sipario sul XXXII congresso nazionale dell’associazione dei magistrati tenutosi a Bari e sul contrasto evocato dal suo presidente, Rodolfo Sabelli, fra la magistratura e la politica, nella fattispecie il parlamento e soprattutto il governo. La visita del Ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha gettato acqua sul fuoco della polemica (non si sa per quanto). La nostra giustizia è profondamente malata, per imperizia di chi l’amministra o per inefficienza o mancanza di autonomia nelle indagini degli organi polizia o per altre cause che forse non conosceremo mai. A leggere i dispositivi delle sentenze c’è da rimanere allibiti. Sovente si basano su perizie e controperizie che si smentiscono, congetture, indizi, ragionamenti arzigogolati, deduzioni, materiale tanto fumoso quanto poco convincente su cui sguazzano gli avvocati, i quali lucrano sul dilatarsi dei tempi dei processi che ora rischiano di protrarsi ancor più per l’indegno provvedimento che allunga i tempi di prescrizione. Ciò che sovente manca sono le prove, prove concrete, incontrovertibili, circostanze chiaramente rilevate che inchiodano alle proprie responsabilità
l’imputato o lo scagionano inconfutabilmente. Solo sulla base di esse si fa piena giustizia, altrimenti sorge il sospetto della parzialità, dell’inefficienza, della confusione, del pressapochismo. Dietro fiumi di parole sovente c’è solo fumo. Se una sentenza in primo grado viene radicalmente capovolta nel secondo, siamo in presenza della prova lampante che qualcuno ha clamorosamente sbagliato. La certezza del diritto va a farsi benedire, così come la fiducia in una amministrazione della giustizia che si è sempre più deteriorata nel corso degli ultimi decenni. Oggi siamo arrivati a confondere la
libertà di opinione con l’incitamento a compiere un reato. Mi riferisco al processo nei confronti di
Erri De Luca e, a leggere le sue dichiarazioni riportate dai mezzi di comunicazione (“La Tav va
sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo, sono
necessarie per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile… hanno fallito i tavoli del
governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa.”), è quanto meno sbagliato
considerarle “opinione”. L’opinione è l’espressione di un dissenso o di un consenso nei confronti di
un qualsiasi argomento. Incitare al sabotaggio non è oggettivamente un’opinione, ma un’istigazione
a compiere un reato. Come ha affermato Sofocle (496 a.C.-406 a.C.) nell’Antigone, “che cosa
terribile quando un giudice equo emette una sentenza iniqua”.
L’ordinamento che regola la magistratura è vecchio di oltre sessant’anni e deriva dalla Costituzione
approvata nel 1947 in uno scenario nazionale molto diverso dall’attuale. Anche la magistratura era
molto diversa da quella di oggi. Ricordo che, nel dopoguerra, il magistrato era paragonabile al
prete: era una sorta di missionario che sapeva di dover rinunciare a molto per esercitare la sua
professione ed era ancorato ad un’etica che coinvolgeva pure la sua vita privata. Non si occupava di
politica, non accettava doni, vigilava sulle sue relazioni e non scendeva a compromessi,
specialmente con la propria coscienza. Chiedo: oggi è ancora questa la figura del magistrato? Non
voglio misconoscere quegli integerrimi magistrati (grazie a Dio ce ne sono ancora, eccome!) che
svolgono in modo impeccabile la loro missione anche in condizioni difficili e ne riconosco i grandi
meriti acquisiti con un lavoro duro, oscuro e tenace. Ma, a fronte, esiste pure una schiera di
magistrati politicamente impegnati e perciò di parte, non più credibili, che saltano disinvoltamente
dal palo del ruolo inquirente alla frasca di quello giudicante, fanno le primedonne, strillano e si
lamentano continuamente atteggiandosi a vittime, occupano la ribalta nazionale, ad ogni piè
sospinto riempiono con le loro esternazioni le pagine dei giornali, si candidano alle elezioni
politiche ed amministrative con la facoltà di non dimettersi ma semplicemente di sospendersi dalle
loro funzioni, così, se va male, non si sono tagliati tutti i ponti alle spalle. Per non dire di quei
magistrati che parlano di processi in corso in pubbliche o private occasioni o di quelli che rifiutano
di applicare le norme che non collimano con il proprio orientamento ideologico o politico
adducendo motivazioni pretestuose e a volte addirittura ridicole, che, facendosi beffe della ratio
delle leggi e scavalcandole con sottili cavilli e arzigogoli giuridici, garantiscono la libertà a
malviventi mettendo in evidente pericolo la società tutta. Sono magistrati che pensano di essere al di
fuori e al di sopra della legge, anarchici del diritto asserviti ad una ideologia aberrante e sovversiva.
Perché se io violo o ignoro una legge incorro in una sanzione e lorsignori no? Altro che “Mani
pulite”! Quell’operazione sarebbe stata credibile solo se si fosse svolta a trecentosessanta gradi e
non avesse lasciato fuori dalle indagini una parte politica rilevante e i suoi torbidi affari. Salvo, poi,
come è successo, mettere alla gogna persone di cui non sono stati provati i fatti loro ascritti. Un
medico che sbaglia è responsabile dei propri errori, come pure un ingegnere. Perché il magistrato
che sbaglia non è soggetto a sanzioni? Perché al magistrato è concesso di sperperare pubblico
denaro in indagini che in sede dibattimentale si rivelano inconcludenti? Quale immagine di
amministrazione della giustizia dà al mondo l’Italia che pretende si essere la patria del diritto? Non
è lecito riflettere e porsi questi seri interrogativi? Non occorrono consessi di “saggi” per capire dove
si deve affondare il bisturi: basta il comune buon senso.
A causa dell’infiltrazione della politica nelle aule giudiziarie è venuta meno l’indipendenza, la
riservatezza e l’imparzialità tradizionale del giudice. I sondaggi, da qualunque parte vengano
commissionati, dicono che gli Italiani, con ragione, hanno scarsa fiducia nella magistratura e non la
ritengono all’altezza del compito affidatole. Si tratta di una vera e propria casta che, nel tempo, ha
accumulato privilegi incompatibili con un ordinamento democratico moderno. L’impianto del nostro
codice penale, in particolare, sia pure con vari aggiustamenti intervenuti in epoca repubblicana, è
ancora quello architettato dal giurista Alfredo Rocco, Guardasigilli del governo fascista, nel 1930.
Gli effetti del degrado dell’amministrazione della giustizia sono sotto gli occhi di tutti. Lungaggini
inammissibili nella celebrazione dei processi, linguaggio reboante e fumoso, contorta logorrea,
disordine nelle cancellerie, affollamento, disorganizzazione, arretratezza di mezzi, scarsità di
controllo negli uffici giudiziari, fuga di notizie, che dovrebbero essere tenute riservate, la cui
responsabilità finisce per cadere sempre sui giornalisti anziché su coloro che le fanno uscire
infischiandosene del segreto istruttorio… Questi sono solo alcuni aspetti dello squallore in cui versa
oggi l’amministrazione della giustizia a fronte di un altissimo onere a carico dello Stato e dei
cittadini, assolutamente sproporzionato al servizio reso.
Non desta meraviglia se persino l’Unione Europea ci sanziona per l’eccessiva durata dei
procedimenti. L’esistenza di tre gradi di giudizio, previsti dal nostro ordinamento, è già
un’eccezione nel panorama forense internazionale. Negli ordinamenti più evoluti i gradi sono due.
Nel primo si appura la colpevolezza o l’innocenza, nel secondo si accerta la regolarità del giudizio
di primo grado. In tal modo, i processi sono più rapidi e il verdetto non ammette scampo:
l’innocenza o la colpevolezza che comunque deve essere provata; è meglio un colpevole in libertà
che un innocente in cella. Sempre negli ordinamenti più “civili”, accusa e difesa sono poste sul
medesimo piano e entrambe hanno le stesse facoltà rispettivamente nel costruire e nel demolire
l’impianto accusatorio. Da noi non è così, dal momento che accusa e difesa non sono ancora
pienamente paritarie. Per non parlare del ricorso disinvolto alla carcerazione preventiva, retaggio di
tempi antichi che cozza con la moderna visione della tutela di chi non è stato ancora giudicato
colpevole e in molti casi desta il sospetto della sua illegittimità. Negli ordinamenti moderni vi sono
pure altri efficaci provvedimenti miranti a mettere l’accusato in condizione di non nuocere. Quante
volte un detenuto in attesa di giudizio è stato privato della sua libertà senza prove concrete e lo si è
dovuto liberare dopo avergli arrecato un trauma indelebile e rovinato la reputazione con infamia per
il nostro arretrato Paese? Inoltre, rimane irrisolta la vexata queastio della separazione delle carriere
fra magistratura giudicante e magistratura inquirente.
Altro che riordino del Ministero della Giustizia (peraltro necessario, ma non prioritario), il bubbone
della giustizia in Italia diviene sempre più purulento, ma la casta politica, responsabile prima di
tanto sconquasso, non ha volontà e coraggio di rimettervi ordine per calcolo, incapacità o paura di
ritorsioni.
Siamo nella patria del diritto e siamo fieri di aver dato i natali a Marco Tullio Cicerone, a Cesare
Beccaria, a Gian Domenico Romagnosi, a Francesco Mario Pagano, ma oggi ce ne siamo
dimenticati.

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