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IL PUNTO/ La vendetta di Marino, lavare in piazza i panni sporchi del Pd

di Carlo Rebecchi

Il n’en finit pas de mourir, non finisce mai di morire. Dicono così, i francesi, davanti a una situazione che non arriva mai alla sua conclusione, comunque scontata. E’ un’espressione che si adatta perfettamente all’uscita di scena di Ignazio Marino. Anche l’addio del Marziano è scontato. Eppure, come si dice a Roma, il Marziano “non schioda”. Ogni giorno l’agonia si prolunga. Non c’è più nulla in comune, tra l’Ignazio Marino che da due anni guida il Campidoglio e quello di oggi. Tanto quello appariva algido e impacciato, un vero e proprio alieno, tanto quello che vediamo ora farsi osannare dai “fedelissimi” , il Marino dimissionario, appare intraprendente e combattivo, pronto alla battuta e, soprattutto, sicuro di sé. Da “travet”, si è trasformato in un combattente pronto a sfidare il mondo. Che nel suo caso ha un nome preciso: Matteo Renzi, cioè il segretario del partito democratico, la formazione politica di cui fa parte, che sostiene la sua Giunta, e che alla fine l’ha “scaricato”. Dopo aver subito per settimane le battute sarcastiche e le critiche del premier, Marino si sta prendendo ora la sua rivincita. Il gatto che gioca con il topo non è più Renzi. Il gatto è il sindaco, è lui che adesso gioca e tortura Renzi e un Pd per i quali – se il Marziano dovesse, come minaccia, ritirare le dimissioni – si aprirebbe una fase difficile, da incubo; non solo per il Pd romano ma anche per il partito democratico nazionale.

La “vendetta” che Marino sta mettendo in scena, davanti alle tv nazionali e di tutto il mondo, rese più attente ai fatti romani dall’imminenza del Giubileo, è proprio questa: creare le condizioni perché i “panni sporchi” del Pd romano vengano lavati non in famiglia, cioè all’interno del partito, ma in pubblico. E questo può avvenire soltanto con un dibattito in consiglio comunal. Dopodiché, è evidente, il Marziano se ne dovrà comunque andare. Lasciando però dietro a sé un cumulo di macerie tale da togliere al Pd ogni speranza di riconquistare quando si andrà a votare, pare nel giugno dell’anno prossimo, ogni speranza di riconquistare il Campidoglio. Marino è forte del fatto di non essere coinvolto nell’inchiesta su Mafia Capitale; per questo Renzi non è riuscito a “dimissionarlo”, come avrebbe voluto, in modo da farne il capro espiatorio di tutto il marciume e la corruzione nel quali affonda la Città Eterna e che l’inchiesta di Mafia Capitale, alla fine, ha rivelato al mondo. Marino “dimissionato” e dimissionario, sarebbe stato il talismano per dire all’universo intero che “giustizia è fatta”, che il PD – cacciato il colpevole – è senza macchia e puà continuare a governare. Roma e il Paese. Probabilmente Renzi, quando diede a Marino gli otto giorni in televisione, pensava che il Marziano non avrebbe avuto il coraggio di reagire come sta facendo e, alla fine, si sarebbe arreso. Calcolo sbagliato. E ora, prima di andarsene, il Marino della “Vendetta 2” pare avere due obiettivi principali: primo, mostrare al Paese che Renzi lo ha voluto sacrificare per una sua “ragion di partito” senza tener conto del fatto che è “pulito” e cioè non fa parte della banda dei corrotti; secondo, aprire in consiglio il dibattito che riveli ai romani e al paese la vera natura di questo PD che non tiene in considerazione gli onesti ma , soprattutto a Roma, pensa soprattutto a gestire i propri “affari” non sempre, o troppo spesso a seconda dei gusti, non del tutto trasparenti.

La “provocazione” di Marino è di natura da determinare conseguenze come raramente se ne sono viste. La principale sarebbe – nel caso il sindaco ritiri nelle prossime ore le proprie dimissioni – quella di un partito democratico che, con le dimissioni di tutti i suoi 19 consiglieri che sostengono la Giunta Giunta capitolina, farebbe cadere un “proprio” sindaco. Il partito insomma si “mangerebbe” il proprio rappresentante, che pure non è una figura di secondo piano, un ex senatore che è anche il primo cittadino non di un paesino qualunque ma della Capitale. Le dimissioni dei 19 non basterebbero comunque a far cadere Marino; a questo scopo i voti necessari dovrebbero essere almeno 25. Con una conseguenza logica: poiché il Sel di Nicky Vendola ha escluso di schierarsi contro Marino, il Pd avrebbe bisogno dei voti delle opposizioni di centrodestra e “grillina”. Le quali, pur determinate a chiudere l’era Marino, vogliono ottenere questo risultato senza fare”favori” al partito democratico. Se le opposizioni mescolassero i loro “no” a quelli dei diciannove consiglieri piddini, il “caso Marino” non apparirebbe più – per chi guarda questa crisi dall’esterno – come un caso interno esclusivamente al PD; e questo le opposizioni non lo vogliono, il loro obiettivo è tutto il Pd, Marino e Renzi compresi. Partito democratico che, in queste ore, sta moltiplicando freneticamente i tentativi per “convincere” Marino a rinunciare allo spettacolare e pubblico “lavaggio dei panni sporchi” che il sindaco ha in mente. Il tutto in un clima ulteriormente appesantito, nelle ultime ore, dalle dichiarazioni del presidente dell’Authority anti-corruzione Raffaele Cantone,la cui ennesima – e giustificata – denuncia del “disastro Roma”, appare come una condanna senza appello di tutto il “sistema Roma”: una città, le sue parole, prima degli antidoti indispensabili per risorgere.

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