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Un intervento “ripulisce” le arterie e riduce la disabilità post ictus

All’improvviso manca la forza, c’è un formicolio ad un braccio o ad una gamba. Si avverte una difficoltà a parlare e nel vedere da una lato. Sono i sintomi tipici della comparsa di un ictus: i campanelli d’allarme con cui si presenta questo ‘nemico’ che compare senza dolore e che, se non si interviene rapidamente, può essere letale. L’ictus cerebrale rappresenta infatti la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, e la prima causa di disabilità nell’adulto. In Italia sono circa 185.000 le persone colpite da ictus cerebrale: 1 uomo su 6 ed 1 donna su 5 può andare incontro a ictus nel corso della propria vita. Contro l’ictus la Regione Lombardia ha finanziato 4 progetti: uno per la prevenzione, uno per la riabilitazione e 2 per la fase acuta. Questi ultimi 2, in particolare, hanno portato alla realizzazione di un Manuale di riferimento con gli standard che dovrebbero essere il presupposto per certificare il ‘percorso ictus’. Le variabili chiave sono 3: ai primi sintomi di ictus è necessario chiamare il 118; il 118 deve applicare al trasporto un codice di massima gravità (codice ictus); il codice ictus deve essere confermato al triage. «Se queste 3 condizioni si verificassero contemporaneamente nello stesso paziente, passeremmo dall’attuale 13% al 35% dei pazienti trattati», assicura Agostoni. «Se poi consideriamo quelli che sono già nella finestra terapeutica, l’attuale percentuale salirebbe dal 32% al 48%. Infine, se riuscissimo a praticare insieme alla trombolisi venosa anche la trombectomia meccanica, avremmo un risultato ancora superiore». E sul fronte della prevenzione? Se è vero che l’ictus arriva come un fulmine a ciel sereno, ci sono vari fattori di rischio sui quali agire: ipertensione, livelli alterati di grassi nel sangue, diabete, aritmie come la fibrillazione atriale. Quest’ultima, in continuo aumento, colpisce 1 milione di italiani, quintuplica il rischio ischemico ed è responsabile del 15% di tutti gli ictus cardio-embolici (30% negli over 80). Gli icuts legati alla fibrillazione atriale, inoltre, sono più gravi e provocano invalidità maggiore. «La prevenzione delle complicanze tromboemboliche della fibrillazione atriale si basa sull’uso degli anticoagulanti orali – evidenzia Fabrizio Oliva del Niguarda, presidente lombardo dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco) – La recente introduzione dei nuovi anticoagulanti orali, i Nao, ha reso il trattamento più maneggevole dimostrando un buon rapporto costo/efficacia». Ma circa il 50% dei pazienti è ‘orfano’ di cure ad hoc. E la buona notizia è che oggi un’intervento di trombectomia meccanica è in grado di ‘ripulire’ le arterie e ridurre la disabilità conseguenza dell’ictus. Le attuali linee guida per il trattamento prevedono che, nel paziente con ictus ischemico acuto, si debba praticare in prima istanza la trombolisi per via endovenosa, ossia la somministrazione di farmaco trombolitico in vena entro le prime 4 ore e mezza dall’evento e successivamente, possibilmente entro le 6 ore, la procedura di trombectomia meccanica, ossia la disostruzione dell’arteria con un sistema (sentriever) che rimuove il coagulo dall’arteria colpita e che salva tessuto cerebrale. Una procedura che consente di limitare la disabilità nei pazienti nel 40-50% dei casi ma che oggi in Italia viene eseguita solo per il 7% del totale di pazienti stimati come candidabili. I dati del registro nazionale che raccoglie i casi riportati da 35 su 45 centri riporta infatti un numero di procedure pari a 400-500 l’anno contro le 7.000 potenziali. La trombolisi farmacologica viene effettuata nelle ‘stroke unit’ di primo livello, mentre la trombectomia meccanica che può essere effettuata solo nelle stroke unit di secondo livello. «Il primo intervento di trombectomia meccanica – afferma il Salvatore Mangiafico, neuroradiologo interventista Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze – realizzato al mondo con lo ‘stent retriever Solitaire’ risale al 2008 ed oggi l’efficacia di questa procedura è incontrovertibilmente dimostrata da ben 5 ampi studi clinici randomizzati tanto da essere entrata nelle nuove linee guida nell’ictus moderato o grave». «Oggi – prosegue Mangiafico – non è più possibile basare la terapia dell’ictus ischemico solo sulla fibrinolisi endovenosa limitandosi alla somministrazione endovenosa di farmaci, ritardando il trasferimento rapido o addirittura, non inviare il paziente ad un centro di neuroradiologia interventistica di una ‘stroke unit’ di secondo livello. Questo infatti significa negare al paziente una possibilità di ridurre il deficit neurologico residuo e quindi il grado di invalidità». «La caratteristica principale dell’ictus è la sua comparsa improvvisa, solitamente senza dolore. Solo nell’emorragia cerebrale c’è spesso mal di testa fortissimo – afferma Valeria Caso, neurologa Ospedale S. Maria della Misericordia di Perugia – I sintomi tipici sono un’improvvisa mancanza di forza, o formicolio e mancanza di sensibilità ad un braccio o ad una gamba, la difficoltà nel parlare, problemi a vedere da un occhio. Quando tali sintomi compaiono solo per alcuni minuti, si parla di attacchi ischemici transitori (Tia), anch’essi molto importanti, in quanto possono essere campanelli di allarme per un Ictus vero e proprio. In caso di comparsa di uno o più sintomi di questo tipo è indispensabile rivolgersi sempre e con urgenza ad un medico, perché il fattore tempo è fondamentale», raccomanda.

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