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Renzi, non cambio sanità-contante. Dl per i conti delle regioni

Matteo Renzi affronta l’assemblea Pd con la novità di un testo scritto, un sigaro cubano per Pierluigi Bersani come calumet della pace ma poca disponibilità a stravolgere la legge di stabilità. Difende l’innalzamento del tetto dei contanti, «non esiste correlazione con l’evasione», e l’aspetto «sociale» della manovra. «Sulla sanità è demagogico dire che mettiamo meno soldi», dice rivolto alle Regioni che incontrerà domani, annunciando però un decreto per salvarne i conti. E soprattutto dà l’altolà a «continue critiche» della minoranza, avvisando che «le regole in un partito valgono sempre». Ma l’appello del premier non convince tutti: i tre bersaniani D’Attorre, Galli e Folino annunciano l’addio. In un’«Italia che riparte», il premier vede nella manovra economica l’occasione per l’«accelerata decisiva». Per questo, pur dicendosi pronto ad ascoltare tutti, dalle Regioni alle «proposte di Nens» contro l’evasione, non capisce perchè gli attacchi partano da dentro il suo partito. «Attenti, il nemico non siamo noi», chiarisce alla sinistra che giovedì presenterà i suoi emendamenti. La legge di stabilità, ribadisce Renzi, «è di sinistra» a partire dalla sua misura clou: l’abolizione della Tasi. «Circa l’82% dei proprietari di prima casa – sostiene – sono pensionati, lavoratori dipendenti o disoccupati. Si puo’ dir tutto, ma non che togliere la Tasi aiuti i piu’ ricchi». Numeri e 25 slides per dimostrare la fondatezza delle tesi del governo. «Il primo che mi dimostra la correlazione tra il tetto al contante e l’evasione cambio provvedimento – è la sfida di Renzi – Ho fatto fare dei calcoli alla Ragioneria, non c’e’ evidenza empirica, i dati non sono questi». Il premier smantella le accuse della minoranza e la levata di scudi delle Regioni. «Sulla Sanità mettiamo un miliardo in più, è demagogia dire che mettiamo meno soldi. Non c’e’ presidente di Regione che guadagni meno del premier», contrattacca rilanciando sugli sprechi in vista del chiarimento di domani a Palazzo Chigi. E all’accusa di imitare Silvio Berlusconi e il mantra del «meno tasse per tutti», il leader dem non sembra prenderla per un’offesa. «Se volete un premier che alzi le tasse, cambiate premier – afferma – Se qualcuno ha nostalgia della sinistra che diceva ‘anche i ricchi piangano’, sappia che non e’ la mia linea. Io non condanno il mio partito al suicidio». Renzi rinvia gli scontri e i regolamenti dei pesi di forza al congresso. Ma dopo Fassina e Civati, i tre deputati Alfredo D’Attorre, Carlo Galli e Vincenzo Folino ufficializzano durante l’assemblea l’addio al Pd verso la «Cosa rossa» che nascerà sabato. Un’operazione «densa di ideologismo», la liquida Renzi per il quale «è tempo di riforme e non di proclami». La ditta per il segretario resta tale «a prescindere se vince Tizio o Caio». Perchè se c’è chi va, «l’afflusso più grande a questo partito viene da Sel, non da Verdini…non stiamo smottando a sinistra

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