| categoria: politica

Battesimo di sinistra italiana, polemica con Bersani

C’è il nuovo nome, Sinistra italiana, in bianco su sfondo arancione. C’è un acronimo «Si», che vuol essere anche manifesto programmatico. Ci sono Berlinguer e Ingrao. C’è il premio Nobel Joseph Stiglitz a far da consulente economico. Ci sono Bella ciao e il saluto «compagni». Ma c’è poco «rosso», a far da sfondo all’evento che segna la nascita di un nuovo gruppo di deputati (25 di Sel più 6 ex Pd) e promette di essere passaggio cruciale verso la nascita del nuovo partito della sinistra. Un’operazione che a Matteo Renzi sembra un «delirio onirico». Perché, spiega Lorenzo Guerini, «fuori dal Pd non c’è spazio per una sinistra di governo». Ma è proprio questo l’assioma che Sinistra italiana vuole smontare. Per «bloccare» il progetto di Renzi di «cancellare la sinistra». E provare a portare «fuori» anche chi, come Bersani, nel Pd resta piantato. Sono circa tremila, secondo gli organizzatori, le persone che affollano non solo platea e palchi, ma anche la strada antistante il teatro Quirino di Roma, dove si improvvisa un’assemblea «bis». Arrivano da tutta Italia e vivono il percorso costituente avviato con la nascita dei gruppi parlamentari come «l’ultima occasione». «Abbiamo il dovere di provarci», afferma Nichi Vendola in un messaggio inviato per iscritto perché lo tengono lontano gravi problemi familiari. Ma la strada appare in salita, perché si parte divisi. Non c’è Pippo Civati, che non solo non aderisce al gruppo ma si prepara a costituire una sua componente autonoma ‘scippando’ a Sinistra italiana uno dei 31, l’ex grillino Adriano Zaccagnini. C’è l’ex M5S Francesco Campanella, che però rinvia a data da definire la formazione di Sinistra italiana anche al Senato. Ci sono Cesare Salvi, Fabio Mussi, Luca Casarini, Pietro Folena e Valentino Parlato. Ci sono tanti dirigenti sindacali. Ma non c’è Sergio Landini, che pure era stato invitato. E allora, osserva Sergio Cofferati, serviranno «generosità e pazienza», per far sì che a gennaio parta quel processo costituente cui insieme si sta provando a lavorare. «Una forza larga, patriottica, popolare. Senza leaderismi. Non una sinistra di testimonianza, che farebbe il gioco della nazione», sintetizza D’Attorre. Ci sono praterie a sinistra, assicurano. «Chiamateci pure Cosa rossa – dichiara il capogruppo in pectore Arturo Scotto – ma allora chiamate il Pd Cosa bianca. E il M5S Cosa grigia. E Cosa nera la creatura di Berlusconi e Salvini». Ma nei discorsi c’è, per contrapposizione, soprattutto Renzi e la sinistra che non lascia il Pd. Alfredo D’Attorre denuncia: «Qui ci sono tanti iscritti al Pd e sarà sempre di più così, per la radicale deriva renziana. Capisco il tormento di Bersani ma proseguire nel Pd è impossibile. Ricostruiamo – propone – il centrosinistra». «Abbiamo una proposta di governo alternativa al liberismo da Happy days del segretario del Pd», rivendica Stefano Fassina. Poi a Bersani dice: «Il gioco della destra lo fa chi fa la destra nel Pd». Parole che provocano la reazione stizzita dei bersaniani: «È ingeneroso e ingiusto. Sarebbe inutile e dannosa una ‘guerra a sinistra’», dice Federico Fornaro. «Non bisogna vedere l’avversario vicino a te: dovremo incontrarci se vogliamo vincere domani le amministrative e dopodomani le politiche», avverte Gianni Cuperlo. Ma alle amministrative la sinistra, annuncia Fassina, andrà da sola in molte città: Torino (con Giorgio Airaudo), Roma (ma senza Ignazio Marino), Napoli. A Milano, per ora si confermano le primarie, poi chissà. Renzi replica in via indiretta pubblicando sul quotidiano di destra il Foglio il discorso pronunciato martedì scorso ai gruppi Pd: «È un’operazione intrisa di ideologismo, non vinceranno mai. Anni di Pci insegnano che il velleitarismo è il nemico peggiore di chi ama la politica». «Comunque Happy days era bellissimo. E divertente. Come deve essere la sinistra», dice con una battuta Matteo Orfini. E Andrea Marcucci: «Speriamo che non vogliano riproporre la Corazzata Pot‰mkin».

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