| categoria: Roma e Lazio

Mafia Capitale, a processo Venafro, l’ex capo di gabinetto di Zingaretti

L’ex capo di Gabinetto del presidente della Regione Lazio, Maurizio Venafro, dovrà affrontare un processo per uno dei filoni dell’inchiesta su Mafia Capitale. Lo ha deciso il gup di Roma accogliendo la richiesta di rito immediato avanzata dai difensori di Venafro. Nella stessa udienza il giudice per le udienze preliminari Giovanni Giorgianni ha rinviato a giudizio Mario Monge, dirigente della cooperativa Sol.Co.. Venafro e Monge sono accusati di turbativa d’asta e la prima udienza è stata fissata al prossimo 17 febbraio davanti ai giudici della II sezione penale, non la stessa davanti alla quale si svolge il maxiprocesso con 46 imputati. Ma non è escluso, fanno notare in procura, che i giudici possano inviare per connessione il processo all’ex braccio destro di Nicola Zingaretti e Monge ai colleghi della sezione che sta celebrando il processo ‘principalè. Le accuse si riferiscono all’assegnazione, nel 2014, dell’ appalto del servizio Recup, il centro unico prenotazioni delle prestazioni sanitarie della Regione. Secondo l’accusa, Venafro, è detto nel capo di imputazione, «avrebbe concorso a indirizzare l’aggiudicazione dell’appalto in un’ottica di spartizione tra cooperative vicine ad ambienti di destra e di sinistra». Secondo l’impianto accusatorio dei pm Monge, con il presunto appoggio di Venafro ma in concorso con Gramazio, Scozzafava, Carminati, Buzzi, Caldarelli, Gammuto, Guarany, Testa, Buggetti, Di Ninna, Garrone e Nacamulli, ha elaborato il progetto di partecipare alla gara «assumendo determinazioni generali in ordine alla turbativa» e utilizzando «il ruolo di Gramazio, espressione dell’opposizione del consiglio regionale, per rivendicare nel cuore di un accordo lottizzatorio una quota dell’appalto». Subito dopo essere stato indagato, Venafro il 24 marzo scorso si è dimesso dal suo ruolo in Regione. Una decisione accompagnata da una lettera in cui spiegava la sua decisione «unilaterale ed irrevocabile» ribadendo la «sua massima fiducia nella magistratura».

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