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G20: Assad non si candiderà alle elezioni in Siria. Colpire i finanziatori dell’Isis

Il G20 mette al bando il terrorismo, «un affronto contro l’umanità», ed è pronto a colpire i suoi asset e chi lo finanzia anche con le sanzioni. Ma è dalle parole del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan che è forse arrivato il messaggio cruciale del vertice: «Assad non si ricandida alle prossime elezioni, lascerà entro sei mesi». Una frase che arriva a poca distanza dall’incontro del ‘sultano’ con Vladimir Putin che ha parlato di «posizioni avvicinate sulla Siria». Un accordo tra Usa e Russia se non raggiunto sembrerebbe quindi vicinissimo al di là dei ‘distinguo’ di Mosca che, dopo l’incontro Obama-Putin, ha tenuto a precisare che di svolta non si possa ancora parlare. A confermarlo, arrivano anche le dichiarazioni del presidente americano: in Siria «truppe di terra non ci saranno, sarebbe un errore», dice difendendo la propria strategia ma anche lanciando indirettamente un messaggio di rassicurazione a Mosca. «L’Isis è il volto del male. Dobbiamo distruggerlo», incalza Obama. Gli attacchi di Parigi hanno impresso un’accelerazione senza precedenti all’esigenza di trovare una soluzione alla crisi siriana e l’avvicinamento tra Mosca e Washington è tangibile anche dalle parole di Francois Hollande da Versailles: «voglio incontrare Obama e Putin per unire le forze», ha detto appellandosi anche ai vincoli di solidarietà tra partner previsti dal Trattato Ue. Pronto a «triplicare» i raid. Una strada che non piace all’Italia di Matteo Renzi che, da sempre, punta alla soluzione politica. «Serve una strategia complessiva, serve la testa e non solo la reazione di pancia», ha ripetuto per due giorni nei corridoi dei resort di Antalya, portando ad esempio il ‘disastro’ creato in Libia. L’Italia, sembra essere il ragionamento, non si tira indietro. C’è ed è presente in Afghanistan, in Libano, in Somalia ed è pronta a fare la sua parte con la comunità internazionale. Ma chiede un disegno complessivo, una strategia politica per l’intera crisi regionale, prima di valutare qualsiasi successivo passo. Come ha sempre sostenuto sul capitolo Libia. E mentre il G20 mette nero su bianco un documento storico per il format del vertice sul terrorismo impegnandosi ad una stretta ai finanziamenti all’Isis, controlli alle frontiere, scambio di dati, lotta ai foreign fighter e più sicurezza globale per gli aerei, Putin lancia la sua accusa. Si presenta con dati e foto di camion del traffico illegale di petrolio in Iraq e affonda: «I jihadisti sono finanziati da persone fisiche provenienti da 40 paesi, tra cui anche membri del G20». Forse non pensando – come letto dai più maliziosi – ai sauditi che di greggio certo non hanno bisogno. Per combattere il terrore «ci vorranno anni» sottolinea intanto Renzi che invita a non confondere «terroristi con i rifugiati» e ad affrontare la situazione nel suo complesso, dalle migrazioni al mediterraneo, dalla Siria alla Libia. L’Italia che «ha combattuto mafia e terrorismo» è in grado di affrontare la sfida al terrore – rassicura – siamo un paese solido. Anche sul fronte dell’economia, tiene a ricordare. «Rispetto ad un anno fa, dal G20 di Brisbane, abbiamo fatti passi avanti da non sottovalutare, come ci hanno riconosciuto i nostri partner», ricorda snocciolando le riforme e i segnali di ripresa. Ed entro il prossimo Vertice in Cina nel 2016 «contiamo di dare il colpo di reni definitivo per far ripartire il paese». «Nella Ue c’e’ bisogno di crescita e investimenti e meno austerity», ribadisce al termine di un vertice in cui l’economia (seppur offuscata dal terrorismo) è rimasta al centro dell’agenda. In sintonia ancora una volta con Obama: la «sintesi è contenuta nel suo appello a stressare i valori della crescita e degli investimenti, a mettere più ripresa», racconta Renzi ai giornalisti rivendicando che «è quello che abbiamo fatto noi». In un summit ‘scioccato’ dai fatti da Parigi, monopolizzato dall’emozione e con i riflettori puntati su Obama e Putin in chiave Siria, il resto dei lavori è rimasto più nell’ombra. Così come lo sono rimasti personaggi come Mario Draghi, Christine Lagarde ma anche la cancelliera Angela Merkel, da sempre protagonisti di questo format nato per gestire la crisi finanziaria. Un formato che questa volta invece è assomigliato di più ad una «war room».

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