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SANITOPOLI/ Del Turco condannato in appello a 4 anni e due mesi

Chissà se tra le sei dazioni corruttive che la Corte d’Appello dell’Aquila ha stabilito esserci state tra Vincenzo Angelini e Ottaviano Del Turco, c’è anche quella del famoso sacchetto di mele. Quel giorno Angelini, l’uomo che con le sue rivelazioni diede fuoco alle polveri della Sanitopoli abruzzese, dentro un sacchetto di carta avrebbe portato del denaro per corrompere l’ex governatore dell’Abruzzo. Prima di andar via, ha raccontato alla Procura di Pescara Angelini, Del Turco avrebbe preso quello stesso sacchetto di carta e ci avrebbe messo delle mele per «confondere le acque». Fatto sta che la Corte d’Appello ha ritenuto anch’essa credibile l’ex patron delle cliniche private, Vincenzo Angelini, e ha condannato a quattro anni e due mesi Ottaviano Del Turco, con un robusto sconto all’ex governatore che in primo grado a Pescara, nel luglio del 2013, era stato condannato a nove anni e mezzo, proprio perché dei 24 episodi che gli venivano contestati la Corte ne ha riconosciuti effettivamente solo sei. Sconti di pena per tutti gli altri ma stesso reato, ossia associazione per delinquere, chi promotore e chi solo partecipe, e per alcuni – compreso l’ex governatore – anche l’induzione indebita, ossia la vecchia concussione indebita, reato riformulato con l’applicazione della legge Severino. Angelini quindi testimone credibile, tanto che la Corte ha anche condannato gli imputati principali, ossia Ottaviano Del Turco, Camillo Cesarone (quattro anni di condanna), Lamberto Quarta (tre anni), Bernardo Mazzocca (due anni e un mese), Antonio Boschetti (un anno e otto mesi), a un risarcimento di due milioni alla Regione Abruzzo, e insieme ad Angelo Bucciarelli (due anni), al risarcimento dei danni in favore di Vincenzo Angelini. È rimasto quindi in piedi ed è stato confermato nella sua impostazione l’impianto accusatorio della Procura di Pescara, guidata dall’allora capo, Nicola Trifuoggi, coadiuvato dai sostituti Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli, che il 14 luglio del 2008 portò agli arresti eccellenti e alla caduta della Giunta di centrosinistra guidata da Del Turco. L’ex procuratore di Pescara Trifuoggi, in una drammatica conferenza stampa, quel giorno disse che «a carico di Del Turco c’era una montagna di prove». Per oltre sette anni le difese hanno confutato l’esistenza di quella «montagna di prove» chiedendo a gran voce il proscioglimento di Del Turco per manifesta innocenza. La Corte d’Appello dell’Aquila a parziale riforma della sentenza di primo grado del 2013 a Pescara, ha ridimensionato da montagna a cumulo, quanto basta per una pesante condanna per tutti gli imputati. Sconcertata la difesa dell’ex governatore, presente in aula in mattinata ma non alla lettura della sentenza: «Difficile capire questa sentenza fino a quando non l’avrò letta – ha detto il legale difensore di Del Turco, Marco Caiazza – perché per l’80 per cento delle ipotetiche azioni corruttive siamo stati assolti. Sembra di capire – ha concluso il difensore dell’ex governatore – che la Corte ha avuto una terza visione dei fatti».

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