| categoria: sanità

Aids, in Italia 140mila sieropositivi

Oltre tremila nuovi casi in un anno (sei ogni 100mila persone), 140mila sieropositivi in tutto e una persona su quattro ignara di aver contratto il virus. E’ il quadro sconcertante della situazione dell’Aids in Italia, dove, a trent’anni dalla prima diagnosi, si segnala il tasso di infezioni maggiore dell’intera Europa occidentale. L’allarme è dell’Amcli, l’Associazione microbiologi clinici italiani, in occasione della Giornata mondiale dell’Aids.
A preoccupare è soprattutto quel 25% di persone malate che non sanno di esserlo, che potrebbero dunque trasmettere il virus inconsapevolmente: un problema grave perché una diagnosi precoce dell’infezione è fondamentale per poter accedere al più presto alla terapia antiretrovirale. Indispensabile quindi accrescere la sensibilità tra le persone potenzialmente a rischio perché accedano ai test diagnostici, essenziali per contrastare una malattia curabile ma comunque non guaribile.

I più colpiti sono soggetti di età compresa fra i 30 e i 39 anni. Se in passato la trasmissione del virus era legata soprattutto alla tossicodipendenza, oggi l’84% dei nuovi casi è dovuto a rapporti eterosessuali non protetti. “Diventa dunque cruciale realizzare progetti di informazione, prevenzione, diagnosi precoce e completa – dice Pierangelo Clerici, presidente Amcli -. La diffusione e la disponibilità dei test per la diagnosi rappresentano una priorità unica e i laboratori di microbiologia clinica hanno a disposizione test che permettono non solo la diagnosi di infezione, ma anche il follow-up accurato delle terapie e la identificazione di ceppi virali resistenti”.

A dare un contributo fondamentale a diagnosi e terapia, dice la responsabile del laboratorio di virologia dell’Irccs Spallanzani di Roma Maria Capobianchi, “sono i laboratori di virologia, sempre più strategici nel controllare l’Aids, dal momento che dobbiamo dare ampia copertura di accesso ai test, dobbiamo fornire tempestiva conferma ai risultati dei test rapidi sempre più diffusi e aiutare i clinici curanti nel monitorare l’efficienza della terapia”.

Datare l’infezione è importante sia per scopi epidemiologici (conoscere cioè l’incidenza delle nuove infezioni), sia preventivi, sia clinici, sottolinea Maria Carla Re, responsabile del laboratorio retrovirus della Microbiologia di Bologna.

D’altra parte, un contributo fondamentale per diagnosi precoce e cura arriva proprio dall’evoluzione dei test: da quando fu approvato il primo test al mondo capace di rilevare il virus nel sangue, l’attività di ricerca e sviluppo ha potenziato presidi diagnostici sempre più d’avanguardia, in grado di rilevare la presenza del virus nel sangue a partire da poche settimane dopo l’infezione. In tale contesto la ricerca italiana è sempre stata una pietra miliare nel processo di sviluppo dei test, con prestazioni avanzate, ing rado di identificare l’infezione con alta affidabilità.

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