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TELECOM/ Vivendi rassicura i fondi, non vogliamo comandare

Vivendi, prima di arrivare allo scontro in assemblea il 15 dicembre, prova a rassicurare i fondi: la corporate governance di Telecom non è in pericolo. I francesi non intendono «esercitare una influenza significativa sulla società nè proporre un’integrazione tra i due gruppi», scrive l’ad Arnauld de Puyfontaine, rispondendo al presidente del Comitato Gestori, Marco Vicinanza, per presentare il punto di vista francese in merito alla quota del 20,1% e alla proposta di nominare 4 nuovi amministratori nel board della società italiana. Sul tema del risiko delle tlc invece interviene l’ad di Fastweb Alberto Calcagno, a margine della presentazione del nuovo servizio Wow Fi. La newco di Enel per la banda ultralarga «ha una certa logica – commenta – è un progetto che integra il mercato delle tlc e come tale lo stiamo valutando». Il progetto che parte da Metroweb e lega F2i, Fsi, Vodafone e Wind (per ora con una lettera d’intenti non vincolante che scade a fine dicembre) non interessa Fastweb. «Per noi Metroweb è una società che ha fatto bene a Milano ma non siamo interessati alle reti di città ma a progetti nazionali» ha precisato Calcagno non mancando di precisare che il ‘casò Fastweb dimostra che «in Italia si può essere innovativi e si può crescere stando stand alone; le società che hanno idee chiare e determinazione possono andare avanti da sole». Tornando al nodo governance nella risposta ai gestori De Puyfontaine approfitta per togliersi anche qualche ‘sassolinò partendo dal far notare che Vivendi «ha investito risorse proprie, superiori ai tre miliardi di euro, con un approccio a lungo termine, condividendo l’attuale piano strategico e gli obiettivi di Telecom». Con un investimento «così rilevante è sembrato naturale sottoporre ai soci la nomina di nuovi amministratori rappresentativi dell’attuale composizione del capitale sociale», prosegue la lettera. La premessa però è che «tutti gli amministratori, una volta nominati, devono sempre agire nell’esclusivo interesse della società e dei suoi stakeholders» premette il manager. «Conseguentemente siamo sorpresi – prosegue la lettera in modo pungente – che il dibattito e le preoccupazioni siano focalizzati sull’esigenza di conservare una proporzionalità tra gruppi di consiglieri di amministrazioni rispetto agli azionisti che li hanno originariamente designati invece di discutere nel merito delle proposte, delle esperienze dei candidati e del loro auspicato contributo in vista della creazione di valore a lungo termine nell’interesse di tutti gli stakeholders». Anche secondo l’analisi dei proxy advisor (che han dato tutti indicazioni di voto contrarie alle proposte di Vivendi) a fronte di una quota diluita con la conversione delle azioni al 14% i francesi avrebbero in consiglio una rappresentanza per il 23 per cento, opinione che il numero uno di Vivendi dice di non condividere

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