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CITTADINANZA/ Al senato “Ius soli sportivo”, ok al tesseramento di figli di stranieri

Un segnale in favore dell’integrazione e un ‘seme’ per la crescita di una sensibilità multiculturale arriva la settimana prossima a palazzo Madama nel calendario dei lavori è previsto l’esame del ddl n.1871 sull’integrazione minori stranieri nelle società sportive. Il provvedimento è stato approvato dalla Camera il 14 aprile 2015 e ora, dopo l’ok della commissione Istruzione del Senato lo scorso 30 settembre, salvo rallentamenti dovuti al protrarsi di altre misure, dovrebbe approdare in assemblea entro giovedì 10 dicembre. Il provvedimento mira a risolvere il problema di tanti ragazzi e ragazze, figli di immigrati, che hanno iniziato in giovane età a praticare una disciplina sportiva a livello amatoriale ma che, al momento dell’eventuale passaggio al livello professionistico, incappano nello scoglio della mancanza di cittadinanza italiana. A Montecitorio il ddl è passato con un’ampio consenso, e con la dissociazione di qualche esponente della Lega. «Auspico una larga condivisione -dice all’Adnkronos la relatrice Josefa Idem- per una legge che ha un forte significato anche simbolico in un momento in cui il tema dell’integrazione è all’ordine del giorno. Intendiamoci: non è un modo per ‘bypassare’ le norme sulla cittadinanza, che restano quelle in vigore, ma si tratta di venire incontro alle esigenze di tante federazioni e di tanti giovani atleti. Poi, certo, le leggi, da sole, non cambiano la cultura, però possono favorire il cambiamento culturale». Uno di primi obiettivi al Senato è stato quello di velocizzare al massimo l’iter del ddl, e infatti in commissione c’è stato il via libea senza modifiche rispetto al testo approvato da Montecitorio. E quindi, nel caso di un ok di palazzo Madama, il cosiddetto ‘ius soli sportivo’ diverrebbe legge a tutti gli effetti. Si tratta, d’altronde, di una proposta breve che serve a rendere uniformi le decisioni fra tutte le federazioni sportive, che ora seguono disposizioni diverse, accomunate, però, dallo scoglio della mancanza del requisito della cittadinanza al momento del compimento della maggiore età. Si tratta, insomma, di rimuovere le regole e le procedure che impediscono il tesseramento di giovani non in possesso della cittadinanza italiana nel momento del passaggio dall’attività sportiva di base a quella agonistica. Una circostanza che può impedire a giovani talenti, figli di genitori di Paesi non dell’Unione europea e nati o cresciuti in Italia, che hanno iniziato un percorso sportivo, di poter proseguire l’attività per motivi legati al possesso della cittadinanza. «I minori di anni diciotto -recita l’art.1- che non sono cittadini italiani e che risultano regolarmente residenti nel territorio italiano almeno dal compimento del decimo anno di età possono essere tesserati presso società sportive appartenenti alle federazioni nazionali o alle discipline associate o presso associazioni ed enti di promozione sportiva con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani. L’articolo 2 prevede che il tesseramento resta valido »dopo il compimento del diciottesimo anno di età, fino al completamento delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei soggetti che, ricorrendo i presupposti di cui alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, hanno presentato tale richiesta«. Una piccola-grande riforma, insomma, in linea con quanto ricorda a livello europeo il Libro bianco sullo sport del 2007, dove si precisa che »lo sport promuove un senso comune di appartenenza e partecipazione e può quindi essere anche un importante strumento d’integrazione degli immigrati«. Al momento, il Coni, cui è affidata l’organizzazione delle attività sportive sul territorio nazionale, ai sensi del proprio Statuto, detta principi ed emana regolamenti in tema di tesseramento e utilizzazione di atleti di provenienza estera al fine di promuovere la competitività delle squadre nazionali, di salvaguardare il patrimonio sportivo nazionale e di tutelare i vivai giovanili.

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