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Terrorismo, sospetti su cellula di Parma attiva

Ruota attorno alla presunta ricostituzione del cosiddetto ‘gruppo di Parma’ l’indagine della Procura Antimafia di Bari per terrorismo internazionale, in cui sono indagate una decina di persone accusate di fornire supporto logistico a ‘foreign fighter’. L’inchiesta, avviata nel febbraio scorso da Digos e Servizio Centrale Antiterrorismo, coordinata dal pm della Dda Roberto Rossi, ha portato ieri all’arresto del 45enne iracheno Majid Muhamad per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua recente storia giudiziaria, pero’, racconta di collegamenti con la cellula jihadista Ansar Al Islam. Majid Muhamad e’ stato infatti condannato in via definitiva dalla Corte di Assise di Milano per terrorismo internazionale e ha scontato 10 anni in carcere. Prima di quella vicenda era un seguace di Abu Omar, l’ex Imam di Milano rapito dalla Cia nel 2003, condannato nel marzo scorso a 6 anni di reclusione per terrorismo internazionale e attualmente contumace in Egitto, suo Paese di origine. Il particolare sui rapporti fra Majid Muhamad e Abu Omar, emerge dagli atti della Procura Antimafia di Bari. Abu Omar, il cui nome per esteso e’ Hassan Mustafa Osama Nasr, era il capo ideologico del ‘gruppo di Parma’ che, dopo piu’ di un decennio – e’ il sospetto degli inquirenti – si starebbe ricostituendo con base tra Merano e Bolzano. Una volta tornato in liberta’ ed essersi stabilito a Bari, Majid Muhamad si e’ messo nuovamente in contatto con soggetti di quel gruppo. Su questa presunta rinata cellula terroristica sta indagando anche la Procura di Trento, dopo la trasmissione degli atti per competenza da Roma e l’esecuzione di 17 arresti (10 dei quali confermati dal gip di Trento). Tra le due Procure c’e’ stato nei mesi scorsi uno scambio di atti e informazioni e le due indagini sono coordinate dalla Direziona Nazionale Antimafia. Uno degli aspetti su cui si sta concentrando il lavoro degli inquirenti e’ quello relativo alla disponibilita’ di denaro da parte di alcuni soggetti o, addirittura, di una cassa comune. “Da alcune conversazioni – scrive la Dda – si evince come, dal giorno in cui e’ stato rimesso in liberta’, Majid Muhamad avrebbe avuto la disponibilita’ di importanti somme di denaro sul cui utilizzo egli non e’ in grado di fornire spiegazioni neppure alla moglie che dall’Iraq gliene chiede contezza”. In una telefonata del 28 marzo 2015 lei rimprovera il marito di aver dilapidato, dal momento in cui e’ stato rimesso in liberta’, la somma di circa 13 mila dollari. Di interesse investigativo e’ ritenuta un’altra telefonata con la moglie del 12 marzo. Per problemi tecnici la voce di uno dei due interlocutori, quella della moglie Khalida, e’ andata persa. “Nel corso del colloquio, tuttavia, – si legge negli atti – risulta piuttosto evidente che Khalida rimproveri il marito qualcosa circa i suoi comportamenti sia attuali che pregressi, suscitando, in tal modo la reazione furibonda di Majid, il quale urla al telefono che, al di la’ di quanto gli e’ accaduto, ‘questa e’ la mia causa?’.”, intendendo, stando all’ipotesi investigativa, una causa ideologica.

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