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BANCHE/ Per fermare i bond serve una legge. Ma la misura non sarà immediata

Servirebbe un provvedimento con forza di legge per vietare la vendita delle obbligazioni subordinate ai piccoli risparmiatori ‘allo sportellò, come auspicato dalla Consob e dalla Banca d’Italia. Una misura che però non sembra essere nelle intenzioni del governo in tempi brevissimi, impegnato nel fronteggiare l’emergenza delle 4 banche in risoluzione e del fondo per i risparmiatori colpiti, mentre per dopo Natale dovrà essere varato il provvedimento sulla riforma delle Bcc. Oggi intanto il Ministero dell’Economia ha spiegato che fra nelle 4 nuove ‘good bank’ nate ‘dalle cenerì di Etruria, Banca Marche, CariFe e CariChieti, i possessori di obbligazioni subordinate sono l’1% del milione di clienti (cioè 10.559) e che il controvalore è di 329,2 milioni. Cifre che sicuramente il titolare di via XX Settembre avrà illustrato nell’incontro che ha avuto oggi col premier Matteo Renzi, in cui avrà fatto il punto anche sulla Legge di Stabilità in dirittura d’arrivo. Eventuali misure per bloccare la vendita delle obbligazioni subordinate, cui dovrebbero necessariamente seguire altre disposizioni secondarie di vigilanza, anticiperebbero in pratica quello che le norme europee (Mifid 2) consentiranno di fare alle singole autorità nazionali solo dal 2017: ovvero il divieto di vendita di prodotti complessi fra i quali, pur non essendo tali, rientra comunque questo tipo di obbligazioni. Certo il responsabile economico del Pd Filippo Taddei ha rilevato come «il problema più che dove vendi le obbligazioni riguarda le informazioni che dai. Non si vendono i titoli che hanno dei rischi presentandoli come sicuri. È qui che bisogna intervenire per correggere». Spostando dunque l’attenzione più che su una norma di legge sul lavoro di trasparenza degli istituti. E di chi è deputato al controllo. Che le subordinate fossero prodotti non adatti al pubblico dei piccoli risparmiatori, come si è visto nel caso delle 4 banche, lo segnalava la Consob già nel dicembre 2014. In un atto di vigilanza in vigore dal luglio scorso la Commissione, pur non avendo potere di divieto annunciava una moral suasion rafforzata sulle società del settore. La Commissione aveva chiesto così di astenersi dall’offrire e collocare una serie di prodotti complessi (tra cui le cartolarizzazioni, gli strumenti convertibili a discrezione dell’emittente, gli strutturati, i credit linke) al retail e vi aveva incluso, visto l’imminenza dell’arrivo del bail in, anche le subordinate. C’era anche un richiamo a prevenire i conflitti d’interesse che possono verificarsi nella distribuzione presso la clientela retail di prodotti finanziari complessi, volti al rafforzamento patrimoniale dello stesso intermediario. Ora nella Commissione si ricordano le proteste dell’industria finanziaria italiana a quel provvedimento. Anche l’altra autorità, la Banca d’Italia aveva, prima senza successo, cercato di rimandare di tre anni l’entrata in vigore del bail in per permettere alle banche di sostituire le emissioni esistenti sul mercato (che ammontano fra i 60 e i 70 miliardi) con altre destinate solo agli istituzionali e quindi aveva richiamato le banche ad informare adeguatamente dei nuovi rischi. Adesso appunto, secondo osservatori ed esperti finanziari, un divieto per le nuove emissioni sarebbe sì utile ma con una efficacia circoscritta. La diffidenza dei risparmiatori verso questo tipo di strumento è infatti al momento massimo e comunque vi sono una serie di prodotti, come le stesse azioni, anche più rischiose. E quindi sarebbe più coerente insistere sulla diversificazione del portafoglio dei clienti e su una classificazione chiara, semplice e non fatta di decine di pagine, di ciò che si sottoscrive. Vi è poi il problema della carta attualmente circolante. Molte emissioni hanno scadenze lunghe o sono ‘perpetuè e quindi le banche dovrebbero sostituirle gradualmente per non mettere a rischio il loro capitale. È venuta meno comunque l’attenzione di molti istituti a emettere subordinate, per non alterare i propri equilibri azionari di controllo. Certo come ha detto l’ad di Bper Vandelli i rendimenti delle emissioni al retail e non ora si sono avvicinati e quindi per gli istituti il costo della raccolta non crescerebbe in maniera tale da mettere a rischio i bilanci. Collocare comunque tutto agli istituzionali non mette comunque al riparo i risparmiatori in maniera totale. Alcuni fondi, segnalano gli esperti, come quelli a cedola hanno fatto incetta di queste obbligazioni per assicurare le cedole e ora e quindi in futuro ne risentirebbero i sottoscrittori.

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