| categoria: Roma e Lazio

Mafia Capitale, così Carminati sfuggiva a tutte le intercettazioni

Intercettarlo era pressoché impossibile. Perché Massimo Carminati parlava poco al telefono. E se doveva partecipare a riunioni nella sede della cooperativa di Salvatore Buzzi imponeva di attivare il jammer come disturbatore. Ma ciò che fino ad ora non era emerso, nel dettaglio, è il duplice livello di sicurezza adottato dal Nero: cabine telefoniche pubbliche per la «cautela intermedia»; cellulari e schede telefoniche intestate a extracomunitari o a persone ignare e che Carminati distribuiva mensilmente per parlare di affari e di «penetrazione nel tessuto politico» con Buzzi, Carlo Pucci e Fabrizio Franco Testa. E’ solo con loro, vale a dire il ras delle coop, l’ex direttore commerciale di Eur Spa e il manager del giro della destra romana, che Carminati «interagiva per le comunicazioni più delicate» e con il massimo della cautela. Il maggiore del Ros Rosario Di Gangi è il primo dei testimoni che compare nell’aula bunker di Rebibbia a oltre un mese dall’apertura del processo. E’ sul suo racconto che i pm Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli forse contavano per tracciare una sorta di ”affresco” sui rapporti tra l’ex Nar Carminati e gli esponenti della destra ”ripulita”, partendo dagli anni del terrorismo per passare ai rapporti con la Banda della Magliana. Non è andata esattamente così. Il presidente del collegio della decima sezione penale del tribunale, Rosaria Ianniello, ha puntigliosamente circoscritto la deposizione del maggiore del Ros. Il quale, in ogni caso, un minimo spunto di novità sull’immensa inchiesta che ha portato a giudizio immediato 46 imputati, tra imprenditori, politici e criminali, lo ha fornito.

LE ORIGINI
Carminati comincia ad essere ”attenzionato” dopo «informazioni confidenziali» che arrivano al Ros su un’attività di riciclaggio e che chiamano in causa il negozio della compagna del Nero, Alessia Marini. Il cerchio si allarga ai contatti con l’estrema destra romana (Riccardo Brugia, Maurizio Boccacci, Lorenzo Alibrandi e Mario Corsi). Ma è mettendo in collegamento gli spunti di altri inchieste – Fastweb-Telecom Italia Sparkle e appalti Enav – che gli investigatori avrebbero maturato il seguente convincimento: Carminati viveva a Sacrofano nella villa di Massimo Iannilli, il commercialista vicino a Lorenzo Cola, ex consulente estendo di Finmeccanica; quella villa rappresentava il prezzo che il commercialista aveva pagato all’ex Nar in cambio della protezione dalle minacce rivoltegli da Gennaro Mokbel, che rivoleva indietro gli 8 milioni di euro investiti nell’affare Digint. Insomma, da quei pedinamenti iniziali, si vengono a scoprire gli intrecci tra Carminati e l’imprenditore Agostino Gaglianone, vale a dire il ”committente” di Salvatore Buzzi nei lavori del campo nomadi di Tor de Cenci. Era settembre del 2012, due anni prima degli arresti che a dicembre del 2014 hanno travolto la capitale scoperchiando i devastanti intrecci tra mondo di sopra e mondo di mezzo.
IL CALENDARIO
Per quanto la presidente Ianniello abbia fissato un calendario serrato di quattro udienze a settimana, sarà assai difficile che il maxi processo Mafia Capitale arrivi a sentenza prima dell’estate. Anche ieri gli avvocati sono tornati a protestare: «Possiamo reggere due udienze a settimana e non quattro. Abbiamo altri processi e altri imputati da seguire», è stato il coro praticamente unanime. La procura si è detta disponibile alla revisione del calendario, a fare qualche udienza in meno ma che duri più a lungo. I testimoni sono centinaia. Se continua così, con questo ritmo, il processo entrerà nel vivo quando la campagna elettorale per il futuro sindaco di Roma raggiungerà l’acme. Fino al voto.

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