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TERRORISMO/ Gnosis, tweet e messaggi criptati nuovo “quarto potere” dell’Isis

Almeno 90.000 tweet al giorno prodotti dallo Stato Islamico e seguaci. E poi video, post e immagini che circolano sul web oltre a messaggi cifrati, anche su Whatsapp. Soltanto su Twitter i profili dei simpatizzanti dell’Isis sarebbero almeno 50.000, mentre il 73% dei cinguettii sarebbe stato prodotto da circa 500 seguaci dei jihadisti. I dati incrociati di diverse ricerche tra Usa e Gran Bretagna, citate in un articolo a firma Antonio Teti sulla rivista italiana di intelligence ‘Gnosis’, restituiscono una nitida fotografia del potere mediatico del Califfato. «I social network – esordisce l’articolo di Teti, profondo conoscitore ed esperto internazionale di Ict – che tanto avevano contribuito allo sviluppo e alla diffusione di quella euforia mediatica che avrebbe condotto alla ‘Primavera araba, sono divenuti uno strumento di proselitismo digitale, utilizzato in special modo dai terroristi islamici». «La responsabilità maggiore di questa deriva è attribuibile, per certi versi, proprio a quei Paesi che ora sono sotto attacco: a formare i vertici del Cyber Caliphate sono state, infatti, le scuole e le università di molti Paesi occidentali che, offrendo un ampio e innovativo spettro formativo, hanno consentito a molti giovani islamici di acquisire competenze che hanno costituito la base del progetto di costruzione dello Stato Islamico», continua Teti. «È questo è il prezzo che il mondo occidentale sta pagando per aver sottostimato le potenzialità delle popolazioni arabe, da sempre considerate stanziali e contestualizzabili in ambiti geografici definiti. Un grave errore, se consideriamo che viviamo nell’era della globalizzazione e della comunicazione globale e digitale», si legge su ‘Gnosis’. Che parla del «grande equivoco dell’era di internet». Ovvero, «pensare che la libera circolazione delle informazioni possa rappresentare per l’individuo il semplice accrescimento della propria emancipazione e che i social network siano un mezzo straordinario per diffondere una cultura della democrazia, su modello occidentale, in Paesi culturalmente diversi. Invece si è verificato il contrario. Grazie a Facebook, Twitter e YouTube sono stati i jihadisti a portare nelle nostre case lo spettacolo della violenza e i messaggi di rivolta in grado di suscitare, soprattutto negli individui più fragili, sentimenti di simpatia e di sostegno». Se twitter è il social più utilizzato dall’Isis, il gruppo terroristico non disdegna ask.fm11 e Shami12 (che conta 16.300 follower). Popolare tra i jihadisti è anche Whatsapp: la piattaforma di messaggistica sarebbe utilizzata in abbinamento a una specifica applicazione per la criptazione dei dati. Su Twitter sono scesi i follower (nel 2014 erano circa 80.000, negli ultimi mesi circa 50.000) e la discesa, si legge su ‘Gnosis’, «è ascrivibile alla sospensione attuata da Twitter di numerosi profili ritenuti sospetti o che hanno diffuso messaggi di propaganda. Nondimeno, i profili bloccati sono stati spesso riattivati con dei nuovi. Si calcola che, in media, la percentuale dei profili Twitter bloccati sia doppia rispetto a quelli ancora online». «Tuttavia, se è vero che l’eliminazione dei cinguettii ostacoli la propaganda – si legge ancora-, è altresì vero che un freno all’utilizzo del social network da parte dei jihadisti interrompe le fondamentali attività Osint condotte dai Servizi segreti. Peraltro, in molti Paesi i pareri divergono. Nel Regno Unito la polizia sostiene la chiusura dei profili dei simpatizzanti estremisti, ma l’MI6 s’oppone sostenendo l’utilità del rastrellamento delle informazioni immesse nei social, azione che, tra l’altro, consente di sfruttare i servizi di geo-localizzazione». Negli ultimi mesi gli Usa hanno condotto circa 2.800 attacchi aerei contro obiettivi dell’Isis, ma non ne hanno affievolito le capacità mediatiche. E per citare le parole del Capo della Cia, John Brennan, «la minaccia globale del terrorismo si è notevolmente amplificata nell’attuale mondo interconnesso, dove un incidente in un angolo del globo può immediatamente innescare una reazione a migliaia di miglia di distanza; e dove un estremista solitario può andare online e istruirsi su come realizzare un attacco senza mai uscire di casa, con tutti i suoi vantaggi, l’Information Age porta con sé una serie di nuove sfide che stanno provocando profonde implicazioni che vanno oltre l’antiterrorismo».

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