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Da Congregazioni a grandi gruppi privati, è crisi per la sanità religiosa

Da congregazioni religiose a storici gruppi della sanità privata. Sono sempre più comuni, negli ultimi anni, i passaggi di mano di gioielli o gioiellini della sanità religiosa italiana: nel 2014 il Gruppo Giomi della famiglia Miraglia rileva l’ospedale classificato Cristo Re di Roma, mentre l’Humanitas acquista l’ospedale Gradenigo di Torino dalle Figlie della Carità di San Vincenzo De’ Paoli. Nel 2015 il Gruppo Villa Maria di Ettore Sansavini compra il San Carlo di Nancy del Gruppo Idi, e in settembre il Gruppo Giomi acquisisce Villa Betania dalla Casa generalizia delle Suore Francescane Insegnanti. E ancora: il 2016 si è aperto con le ultime fasi della trattativa di Humanitas – che dovrebbe essere ormai in porto – per acquistare la casa di cura San Pio X di Milano dall’ordine dei Camilliani. Cambiano proprietà all’inizio di quest’anno anche i ‘muri’ dell’ospedale San Giuseppe di Milano, struttura del gruppo MultiMedica. In questo caso Antirion SGR ha acquisito dall’ente ecclesiastico Provincia lombardo veneta dell’Ordine religioso Fatebenefratelli il complesso immobiliare che ospita l’ospedale, per un controvalore pari a 85 milioni di euro, e il Fondo è stato interamente sottoscritto dalla Fondazione Enpam, l’Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri
Insomma, la crisi della sanità religiosa sembra ‘certificata’ anche da questi passaggi di mano, nonostante alcune grandi eccellenze resistano lungo la penisola. «Credo che il problema sia profondo, legato al cambiamento che ha segnato la sanità ospedaliera negli ultimi 30-40 anni – dice all’Adnkronos Salute Gabriele Pelissero, presidente nazionale Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) – Un tempo l’ospedale era un luogo dove i malati soggiornavano a lungo, caratterizzato da una tecnologia modesta: i bisogni umani del paziente erano importanti, così come l’aiuto e il conforto del personale religioso. Oggi l’ospedale è un luogo di cura dove si sta poco, ad altissimo contenuto tecnologico, con problemi di gestione e manageriali». Il sostegno e il conforto ai pazienti «è sempre importante, ma sono cresciute di molto le esigenze di tipo manageriale». Ecco perché, secondo Pelissero, gli enti religiosi si stanno allontanando dagli ospedali, «divenuti ormai aziende». Insomma, all’origine di questa crisi ci sarebbe una «trasformazione profonda dell’ospedale moderno», che oggi richiede sempre di più una gestione manageriale e un piglio aziendale. Un approccio «lontano dal carisma originario degli ordini religiosi» storicamente impegnati nel settore della salute, in cui carità e beneficenza trovano ormai una sintesi difficile con le esigenze di bilancio.
Ma cosa porta i grandi gruppi privati italiani, le ‘sette sorelle’ della sanità, a investire in storiche strutture della sanità religiosa, sempre più spesso in affanno? «Nel caso del Cristo Re – spiega Emmanuel Miraglia, presidente del Gruppo Giomi, forte di circa 35 fra ospedali e case di cura in tutta Italia – ritenevamo questo ospedale un’eccellenza nel panorama romano, anche per la storia e tradizione in ostetricia e il forte legame con il territorio sulla preparazione al parto e sul parto fisiologico». «Siamo un gruppo attivo in tutta Italia – ricorda – e cercavamo una struttura importante su Roma, completa e di eccellenza. Dopo il Piano di concordato con la Congregazione, per concludere l’operazione sono occorsi un paio d’anni. Da parte nostra – rivendica Miraglia – abbiamo garantito i livelli occupazionali, che forse erano comunque un po’ eccessivi. Poi, a settembre dell’anno scorso, abbiamo preso anche Villa Betania, a Roma Est. Così abbiamo potuto creare un polo ospedaliero, cosa che ha consentito di ottimizzare la gestione del personale e degli acquisti e ha comportato importanti economie di gestione».
Ma come mai negli ultimi anni diverse strutture religiose hanno vacillato? «In effetti il mondo religioso attraversa delle difficoltà – riflette Miraglia – Penso che all’origine possano esserci due ordini di problemi. Fino a qualche anno fa il settore era considerato come ‘para-pubblico’, mentre da quando le Regioni hanno chiarito che non c’è più copertura e che avrebbero considerato queste strutture alla stregua della sanità privata, si sono manifestati i primi seri problemi» a far quadrare i conti, «specie nel caso dei centri più grandi», e più costosi da tenere in piedi. «Complice anche – aggiunge – la drastica riduzione delle vocazioni e il problema della sostituzione del personale religioso, aspetto che non va sottovalutato». È il caso delle tante suore al centralino, in amministrazione o anche in corsia, che coprivano facilmente turni prolungati, ma che si sono ‘rarefatte’ negli ultimi anni. «Dal canto nostro – dice il presidente del Gruppo Giomi – abbiamo deciso di conservare il carattere cattolico delle strutture acquisite, e la loro storica attenzione all’umanizzazione dell’assistenza, secondo l’indirizzo che ci caratterizza». A fare i conti con un approccio «manageriale e una organizzazione aziendale sono anche le strutture pubbliche italiane», nota comunque il presidente di Aiop, Associazione che oggi rappresenta 496 strutture sanitarie private di ricovero e cura con 52.900 posti letto.

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