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Ue spinge per il governo in Libia. Berlino evoca un’azione militare

Nelle ultime ore prima della nuova scadenza della mezzanotte, l’Ue ha cercato di dare una spinta al premier designato libico Fayez al Sarraj per consentirgli di stilare in tempo una lista di ministri del futuro governo libico. Ma pur lontano dai negoziati di Tunisi, il generale Khalifa Haftar è un destabilizzante convitato di pietra e la comunità internazionale è sempre più nervosa per gli attacchi dell’Isis: anche la cauta Germania comincia a parlare di un possibile intervento militare nel Paese nordafricano. Inoltre la situazione in Libia è stata al centro di un colloquio telefonico avuto in serata dal premier Matteo Renzi con il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, sponsor di Tobruk e di Haftar. Nelle conclusioni del Consiglio Esteri di oggi a Bruxelles si afferma che per i 28 paesi dell’Ue il nascente esecutivo di accordo nazionale è «l’unico governo legittimo della Libia» e devono quindi finire i rapporti con Tripoli e anche con Tobruk, riconosciuta internazionalmente ma ormai considerabile solo come un’istituzione ‘parallela’. Alla domanda se Berlino pianifica un invio di truppe in Libia, la ministra della Difesa tedesca Ursula von der Leyen ha risposto che «la Germania non potrà tirarsi indietro dal dare il suo contributo» per evitare che l’Isis formi un asse del terrore in Nord Africa con i Boko Haram, con effetti destabilizzanti anche per «altre parti dell’Africa». Come ha notato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, si tratta della linea seguita «da settimane tra Paesi alleati della Libia, cioè se ci sarà richiesto siamo pronti a dare un contributo». Precondizione però, ha detto ancora, è la nascita di «un Governo che possa rivolgersi alla comunità internazionale avanzando delle richieste». Sarraj, mancando un impegno scolpito nell’ «accordo politico» sulla Libia raggiunto in Marocco il 17 dicembre e pubblicato solo nelle ultime ore, alla mezzanotte di sabato non era riuscito a far quadrare il cerchio e a presentare entro 30 giorni una lista di ministri da sottoporre al voto di fiducia dell’HoR, il parlamento libico riparato a Tobruk. Quale capo del Consiglio presidenziale, il premier si è preso altre 48 ore di tempo per sciogliere i nodi che bloccano il varo dell’esecutivo, ma c’è stato un segnale negativo: uno dei suoi cinque vice, Ali Qatrani, ha annunciato in tv la «sospensione» in «via provvisoria» della sua partecipazione alle riunioni del consiglio. Secondo indiscrezioni e preannunci della vigilia, con questa sorta di ‘Aventino’ il fronte di Tobruk vuole imporre tra l’altro la riconferma del capo delle proprie milizie più o meno regolari, il generale Haftar, alla guida delle forze armate della nascente nuova Libia. Ci sarebbero inoltre pressioni per ottenere che l’HoR possa votare la fiducia a maggioranza semplice, e non qualificata, aggirando così le diffuse resistenze. Anche l’ipotesi di un esecutivo con pochi ministri non starebbe giovando. Mentre nell’ ‘Hotel Residence’ sul mare della periferia nord della capitale tunisina si tratta, i jihadisti dello Stato islamico sparano: media libici hanno riferito di scontri in due punti di Bengasi (l’area di Al Laithi nella parte ovest e nel distretto di Al-Sabri, nei pressi del porto a nord) e di un attacco portato «da Sabratah» nell’area della vicina Surman, 60 km in linea d’aria a ovest del centro di Tripoli. Fuori quindi dalla fascia costiera, che il New York Times considera lunga circa 240, conquistata in un anno attorno a Sirte.

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