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Libia, l’Isis attacca ancora la Mezzaluna petrolifera

Per la terza volta in tre settimane, L’Isis in Libia ha attaccato la mezzaluna petrolifera nel Golfo della Sirte provocando un disastroso incendio di cisterne a Ras Lanuf. Un nuovo assalto che ha dato modo all’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, di esortare le fazioni libiche più riottose a far fronte comune contro i terroristi e ad appoggiare il nascente governo di unità nazionale. L’attacco al terminal di Ras Lanuf, che assieme a quello di Sidra è il più importante della Libia anche se chiuso dal dicembre 2014, è avvenuto mercoledì, hanno annunciato fonti ufficiali parlando di «disastro ambientale»: sono andate in fiamme tre cisterne che contengono «otto milioni di barili» di petrolio, ha avvertito un responsabile citato dal sito Alwasat precisando che l’impianto attaccato è quello di «Harouge» (quindi una joint venture libico-canadese). In particolare la cisterna «numero 8» è andata distrutta «completamente». Un oleodotto a sud di Ras Lanuf era stato attaccato il 14 anche con razzi e lo stesso terminal assieme a quello di Sidra, erano stati oggetto di attacchi tra il 4 e il 6 gennaio che avevano causato la morte di 18 Guardie degli impianti petroliferi. I terminal si trovano ai margini orientali degli almeno 200 km (ma probabilmente 240 km) di costa che l’Isis controlla attorno a Sirte. In una rivendicazione circolata su internet i jihadisti hanno confermato di voler conquistare tutta la mezzaluna petrolifera «fino a Brega». Kobler, l’inviato Onu, ha sottolineato che «il processo politico deve urgentemente recuperare il ritardo rispetto agli sviluppi militari»: il riferimento è alla fiducia che il parlamento di Tobruk deve dare entro gennaio al nuovo governo di unità nazionale libico in mezzo a vari segnali preoccupanti di poca volontà di farlo. L’Isis però non aspetta e secondo testimonianze sta consolidando la sua organizzazione a Sirte costruendo una «seconda prigione» circa 20 km a ovest del centro per timore di raid aerei come quello statunitense che in novembre ha ucciso un capo dello Stato islamico, Abu Nabil. Gli Usa inoltre, secondo informazioni rilanciate questa settimana dal New York Times, a dicembre si erano affacciati in una base militare nell’ovest con «squadre delle Operazioni speciali» al fine di raccogliere informazioni: i commando erano però dovuti ripartire per sventare un tentativo di arresto da parte di una milizia ostile presente nella base di Watiya. Un influente politico di Misurata inoltre ha detto al Nyt che, oltre agli americani, anche «britannici, francesi e italiani» stanno cercando «contatti» con fazioni libiche. Sul fronte militare pare esserci fermento: proprio nelle ultime ore un «consigliere dell’Onu per gli Affari di sicurezza e militari», avrebbe incontrato il controverso comandante generale delle forze armate di Tobruk, Khalifa Haftar (il nome del diplomatico, chiaramente italiano, ha indotto alcuni media a parlare di «delegazione italiana»). Fin da inizio gennaio, non smentito, il tabloid britannico Daily Mirror, ha poi riferito che unità dei commando inglesi dello Special Air Services (Sas) sono già in Libia per preparare l’arrivo di 1.000 soldati britannici quale parte di un contingente di 6.000 militari guidato dall’Italia che dovrà intervenire per contribuire a stabilizzare il Paese.

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