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Clonato sito Prada, si vendevano prodotti contraffatti

Una manifattura e un sito internet talmente curati nei dettagli che perfino gli investigatori, per avere la certezza di essere di fronte ad un clone, si sono dovuti rivolgere agli esperti della prestigiosa casa di moda. Quel portale e quei capi non erano «Made in Italy» realizzati da Prada, ma delle semplici copie. È venuta così alla luce una colossale contraffazione di marchi che sfruttava la rete e, dal dicembre 2014, ha ingannato centinaia di clienti. Impossibile per ora quantificarne il numero: le consegne avvenivano tramite singoli e ignari corrieri in tutto il mondo, mentre i pagamenti erano garantiti dai principali circuiti internazionali delle carte di credito. Proprio questa circostanza forniva all’acquirente la tranquillità di trovarsi di fronte ad un vero e proprio outlet virtuale della maison italiana. E da outlet erano anche i prezzi, con un ulteriore ribasso del 5-10% giustificato dal fatto che sulle vendite telematiche non gravano costi di personale e altri oneri. L’inchiesta è partita dopo alcune denunce presentate da clienti, che si sono insospettiti quando è stato chiesto loro il pagamento della tassa doganale arrivando il prodotto da Hong Kong. Gli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria di Pordenone, avvalendosi del personale specializzato in «computer forensics e data analysis», sono risaliti lungo le tracce informatiche degli acquirenti ricostruendo così l’intera rete. I finanzieri hanno appurato che una volta effettuati gli ordini telematici e accreditati i pagamenti su un conto corrente acceso nel Guangdong, nella Cina meridionale, i prodotti erano consegnati in ogni angolo del pianeta. La matassa si dipanava dalla Cina, passando per Francia, Olanda e Inghilterra. Per evitare ulteriori danni alla griffe italiana e impedire il protrarsi delle truffe per gli utenti di internet, le Fiamme Gialle hanno ottenuto dall’autorità giudiziaria pordenonese il sequestro e l’oscuramento del sito per ben 90 provider di tutto il mondo. Sono in corso le rogatorie internazionali per chiudere definitivamente il cerchio intorno alla rete criminale del falso. Emblematico che tra tanti clienti universali ad accorgersi dell’inghippo siano stati degli italiani, evidentemente ben abituati a distinguere le griffe dalle «patacche». Quei 125 euro pagati per una t-shirt bianca con la scritta Prada all’ acquirente pordenonese non erano proprio andati giù.

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