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OSCAR/ Di Caprio, la statuetta e il mio sogno di bambino

Quasi quaranta film, cinque nomination e finalmente nell’anno bisestile è arrivato il suo primo, dovuto e agognato, Oscar. C’era andato vicino tante volte, Leonardo DiCaprio che prima di essere lo spasimante di terza classe di Titanic era un semplice ragazzino di Est Los Angeles, non una delle zone più ricche, un ragazzino – come ha detto stanotte – che tormentava i genitori con la sua passione d’attore. Non sapeva perché, ma sapeva cosa voleva e i suoi genitori, dopo la scuola, lo accompagnavano alle audizioni. Oggi quel ragazzino, vestito da Armani, è uno degli attori più famosi e talentuosi al mondo, e questo Oscar, accolto da applausi anche da parte della sala stampa e degli addetti ai lavori, sembrava dovuto a colui che, per esempio, è l’attore preferito di Martin Scorsese, altro bistrattato dall’Academy che gli ha conferito nove nomination, ma solo una vittoria nel 2007 per The Departed proprio con DiCaprio come protagonista. Un Oscar arrivato con un bellissimo film, ma con un personaggio che lo ha limitato. Un personaggio senza un arco e che si muove in un’unica direzione, un Oscar arrivato anche per il mutato atteggiamento dell’attore, che non ha certo deciso di svendersi alla macchina di propaganda che precede le votazioni, tra feste, contatti, apparizioni e chi più ne ha più ne metta, ma ha sicuramente deciso di essere meno intransigente del solito e di prestarsi alle regole del gioco che portano alla vittoria. «Io non ho mai pensato di far parte dell’industria del cinema, anche se ci sono cresciuto vicino. Poi ci sono finito dentro e ora, dopo molte resistenze ho imparato a muovermi, senza dimenticare chi sono però e il bambino che sognava di fare l’attore già a quattro anni». Titanic, direbbe uno psichiatra, ha provocato un trauma non da poco. Leonardo DiCaprio odia la fama. E probabilmente deriva da quell’improvviso successo che lo ha travolto anni fa e che lo ha trasformato in un prodotto, in un poster nella camera di qualche ragazzina, in un bell’oggetto da vendere, in un attore sensazione. ‘Mai più’, si deve essere detto e da allora ha fatto sempre scelte oculate, anche aspettando, rifiutando, a costo di passare per quello al quale non andava mai bene niente, indirizzando il suo talento verso praterie cinematografiche sempre diverse che lo mettessero sempre alla prova e possibilmente avessero anche qualche valenza sociale. Da Gangs of New York a Prova a prendermi, da The Aviator a The Departed, da Blood Diamond a Shutter Island, Inception, J. Edgar, Django, Il grande Gasby, The Wolf of Wall Street e ora Revenant – Redivivo, forse il ruolo più freddo in assoluto e non solo per i patimenti fisici che ha dovuto subire, rischiando anche l’assideramento. Oggi gli è passata la paura e la fama la gestisce con intelligenza e la usa per la sua grande passione, la sua grande battaglia, che è quella di salvaguardia dell’ambiente. Leo, che comunque rimane schivo e ieri sera ha fatto di tutto per non confrontarsi con stampa e fotografi, è stato in pratica il primo attore a fare pubblicità alle automobili ibride e ha sempre appoggiato le organizzazioni verdi e ieri ha approfittato del palco del Dolby Theatre per mandare un messaggio a tutti. «Il mondo sta andando a fuoco e dobbiamo fare qualcosa. Essere qui, ha aggiunto dopo lo show, e poter parlare della mia ossessione più grande insieme al cinema è un’esperienza incredibile. Questa è la crisi più imponente che la nostra civiltà deve affrontare e ho voluto parlarne perché ho appena girato un documentario sugli effetti del surriscaldamento della Terra e bisogna intervenire ora. Adesso. Non c’è più tempo per stupidi dibattiti. E lo dico anche a chi andrà a votare alle presidenziali: se non credete nella scienza, nell’effetto serra e negli studi empirici, siete dalla parte sbagliata della storia». E a chi lo critica per avere usato una piattaforma così imponente per il suo messaggio lui risponde con molta semplicità: «Avevo la possibilità di farmi ascoltare da un pubblico di svariati milioni di persone e l’ho sentito come un dovere vista la situazione». Leonardo DiCaprio non è più il ragazzino di una volta e lo dimostra il fatto che questo Oscar è arrivato per chiamata popolare: «È tutto molto surreale. Leggi cose su internet, senti la gente che tifa per te, ho avuto un supporto incredibile. Tantissimi fan, tantissimi colleghi, tantissimi che fanno parte del mondo del cinema. È un po’ scioccante anche, ma non posso che ringraziare tutti. In particolare i miei genitori, che hanno creduto nel sogno di un bambino di quattro anni e glielo hanno fatto realizzare».

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