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BANCHE/ Pop.Vicenza, si a Spa e Borsa. La rabbia dei soci contro Zonin

La Banca Popolare di Vicenza dice sì alla trasformazione in società per azioni, all’aumento di capitale fino a 1,76 miliardi e alla quotazione in Borsa al termine di un’assemblea sofferta, in cui è emersa tutta la rabbia dei soci per un tracollo che ha ‘tosato’ 119 mila azionisti dei propri risparmi. Il via libera alla Spa, la delibera più insidiosa perché richiedeva il quorum dei due terzi dei votanti, è passata con poco meno dell’82% degli 11.353 soci presenti in assemblea: 9.304 i sì, 1.933 i no (il 17%) e 116 astenuti (1%). Percentuali importanti ma inferiori a quelle che si erano viste nella vicina Montebelluna, dove i ‘cugini’ di Veneto Banca avevano approvato un analogo, doloroso pacchetto di misure con il 97% del capitale. Segno che la ferita inferta alla base sociale dalla gestione dell’ex presidente Gianni Zonin, per il quale in assemblea sono state invocate anche le «manette», è stata molto profonda, come testimoniato anche dagli oltre 8 miliardi di depositi evaporati dai conti della Bpvi nel 2015. L’assemblea è iniziata alla 9 in punto, tra imponenti misure di sicurezza, unità cinofile e metal detector. Davanti ai quasi sei mila soci venuti di persona nei capannoni della Perlini di Gambellara, a un tiro di schioppo dalle cantine di Zonin, si è presentato un consiglio di amministrazione decimato: solo cinque consiglieri, inclusi il ceo Francesco Iorio e il presidente Stefano Dolcetta. Gli amministratori già in cda con Zonin hanno pensato bene di non farsi vedere. «Sarebbe stato bello vedere il consiglio schierato per un minuto ma servirebbe il coraggio che non ha» ha detto il socio Claudio Miotto. Iorio e Dolcetta – che ha tagliato da 3 a 2 minuti il tempo di ogni intervento per sveltire i lavori – hanno ribadito quello che vanno ripetendo da giorni, e cioè che senza tre sì per la banca si apre il baratro della risoluzione. «Votare no significherebbe davvero regalare la banca e avremmo un valore di realizzo pari a zero, che potrebbe non limitarsi al solo valore delle azioni» ha ammonito Iorio. Le «alternative» della liquidazione e dello smembramento, ha aggiunto, «sono ipotesi assolutamente non perseguibili» e che distruggerebbero quel resta della banca. Dolcetta ha evocato il bail-in parlando di «gravi e irreparabili conseguenze» che potrebbero avere effetti «anche sui titoli di debito». Iorio ha chiesto ai soci di guardare il futuro: «non ho mai avuto il dubbio che la banca possa essere rilanciata e ripartire». E ancora: «il tempo è brutto ma bisogna andare, sono sicuro che la quotazione (nella seconda metà di aprile, ndr) sarà un successo». Ma il sale di patrimoni sfumati brucia troppo sulle ferite dei soci. Che hanno sfogato la loro rabbia verso Zonin, la vecchia gestione e i consiglieri assenti. «Per gli scafisti nessuna pietà se ne vada il consiglio di amministrazione e si avviino le azioni di responsabilità» ha detto il sindacalista Giuliano Xausa, segretario della Fabi. «Spero che la magistratura dia una condanna esemplare a Zonin e Sorato». «Voglio che chi ha sbagliato paghi anche con il suo patrimonio personale» ha aggiunto un altro socio. «I colpevoli vanno puniti» ha rassicurato Iorio, ricordando di aver sostituito 11 dei 13 dirigenti a suo riporto e di aver instaurato «un duraturo» rapporto con le Procure che, a partire da quella di Vicenza, stanno indagando per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza, truffa, associazione a delinquere e falso in bilancio. «Dobbiamo fare le cose per bene, con calma e in stretta collaborazione con la magistratura che sta facendo un ottimo lavoro

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