| categoria: Speciale Giubileo

Il Papa, cercare sempre strada per assolvere

“Confessori cercate sempre se c’è una strada per assolvere. La confessione è sì penitenza, ma anche festa. Io dico sempre che Dio è onnipotente, ma ha una debolezza, si dimentica dei nostri peccati. Stasera sarò in basilica a confessare con voi. Ricordo il cappuccino di Buenos Aires che se ha il dubbio di aver assolto troppi peccati, dice a Dio: ‘Credo che ho perdonato troppo, ma stai attento, perché sei stato tu a darmi il cattivo esempio'”. Il Papa ha integrato con ampie frasi a braccio il discorso che aveva preparato, e che comunque ha interamente letto, per l’udienza che, nella Sala Regia del Palazzo apostolico, ha concesso ai partecipanti al corso annuale della Penitenzieria apostolica (il suo “ministero delle confessioni”), guidati dal penitenziere maggiore, il cardinale Mauro Piacenza. Vedendo il Reggente, mons. Krzysztof Nykiel, il Papa ha scherzato: “saluto il Reggente che ha una faccia tanto buona, deve essere un buon confessore”.

Il filo conduttore del discorso del Papa è la sua richiesta ai confessori di essere “attenti a non porre ostacoli” a quel “dono di salvezza” che è la misericordia di Dio. Li ha poi invitati ad essere “canale di gioia”: “il fedele, dopo aver ricevuto il perdono, non si sente più oppresso dalle colpe, ma liberato”. Ha anche insistito sul carattere di “dono” del poter accompagnare le persone alla misericordia, “nel nostro tempo segnato dall’individualismo, da tante ferite e dalla tentazione di chiudersi”. “Quando, come confessori – ha detto -, ci rechiamo al confessionale per accogliere i fratelli e le sorelle, dobbiamo sempre ricordarci che siamo strumenti della misericordia di Dio per loro; dunque stiamo attenti a non porre ostacolo a questo dono di salvezza! Il confessore è, egli stesso, un peccatore”, che deve “disporsi sempre in atteggiamento di fede umile e generosa, avendo come unico desiderio che ogni fedele possa fare esperienza dell’amore del Padre”. E ha ricordato l’esempio di “Leopoldo Mandic e Pio da Pietrelcina, le cui spoglie – ha ricordato – abbiamo venerato un mese fa in Vaticano”, ” e anche mi permetto uno della mia famiglia, il padre Cappello”, ha detto alludendo al gesuita veneto Felice Cappello, morto nel 1962.

“Ogni fedele pentito, – ha poi sottolineato il Papa – dopo l’assoluzione del sacerdote, ha la certezza, per fede, che i suoi peccati non esistono più, sono stati cancellati dalla divina misericordia. Ogni assoluzione è, in un certo modo, un giubileo del cuore, che rallegra non solo il fedele e la Chiesa, ma soprattutto Dio stesso”. Dopo aver ricordato l’individualismo del tempo in cui viviamo e il carattere di “dono” del portare misericordia, il Pontefice ha rimarcato come ciò comporti “anche, per noi tutti, un obbligo ancora maggiore di coerenza evangelica e di benevolenza paterna; siamo custodi, e mai padroni, sia delle pecore, sia della grazia”. Ha concluso invitando a rimettere “al centro – e non solo in questo Anno giubilare! -, il Sacramento della Riconciliazione”.

Nel pomeriggio, poi, nella liturgia penitenziale in San Pietro – la stessa celebrazione in cui un anno fa annunciò l’indizione del Giubileo della Misericordia – con cui ha aperto le “24 ore per il Signore”, Francesco è andato personalmente al confessionale, prima inginocchiandosi per confessarsi come un normale penitente, poi prendendo a sua volta il posto del confessore per amministrare il sacramento ai fedeli per oltre un’ora e mezza. Il peccato, ha detto nell’omelia, “è una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene”. “Quanto è facile e sbagliato credere che la vita dipenda da quello che si ha, dal successo o dall’ammirazione che si riceve; che l’economia sia fatta solo di profitto e di consumo; che le proprie voglie individuali debbano prevalere sulla responsabilità sociale!”, ha affermato.

E tornando a rivolgersi ai pastori, ha richiamato “a rivedere quei comportamenti che a volte non aiutano gli altri ad avvicinarsi a Gesù; gli orari e i programmi che non incontrano i reali bisogni di quanti si potrebbero accostare al confessionale; le regole umane, se valgono più del desiderio di perdono; le nostre rigidità che potrebbero tenere lontano dalla tenerezza di Dio”.

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