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USA2016/ Trump avanza, Sanders soffia il Michigan alla Clinton

Donald Trump fa il tris nel ‘mini super Tuesday’ e vince una battaglia nella guerra dichiarata contro di lui dall’establishment, confermando che la sua corsa verso la Casa Bianca non si arresta. Così adesso ha perfino la forza di proporsi come l’ «unificatore» e promette d’ora in poi toni più morbidi. È pero’ Bernie Sanders la sorpresa della notte elettorale che vince in Michigan nonostante tutte le previsioni assegnassero lo Stato della ‘Rust Belt’, la cintura industriale ‘della ruggine’ alla frontrunner democratica Hillary Clinton. C’è già chi grida al miracolo, ma l’impresa del senatore ‘liberal’ del Vermont, sebbene di certo inaspettata, non fa che spiegare ancora una volta i motivi e l’entusiasmo per la sua formidabile campagna fin ad ora. Hillary Clinton emerge dal ‘mini super Tuesday’ con un bottino di delegati anche più consistente grazie trionfo in Mississippi (dove supera l’80%): i numeri che la vedono lanciata verso la nomination democratica rimangono quindi intatti. Però l’impatto psicologico di aver perso il Michigan ha una portata rilevante: a partire dalla corsa serrata, il ‘too close to call’ che ha impedito fino alla fine di proclamare il vincitore. Soltanto quando il conteggio dei voti e’ stato quasi ultimato si è capito che Sanders ha vinto, assestandosi al 50% mentre la ex segretario di Stato resta al 48%. Il Michigan e’ uno Stato ‘raso al suolo dalla crisi’ che ha colpito al cuore l’industria americana, emblema del malgoverno nel caso dell’acqua killer a Flint. È lo Stato di Detroit, Motor City, banco di prova per il salvataggio dell’industria automobilistica voluto dal presidente Barack Obama, sul quale i candidati democratici si erano scontrati nel dibattito tv trasmesso proprio da Flint. Ebbene ha vinto il dito puntato di Sanders contro Hillary Clinton ‘amica’ di Wall Street. Ancora una volta il voto dei giovani è con lui (fino all’81% secondo i primi calcoli). Ed è passato dalla sua parte anche parte di quell’elettorato ‘working class’ che invece, si pensava, sarebbe rimasta fedele ad Hillary. Allora adesso sulle previsioni per l’Ohio -che con il Michigan ha in comune molte caratteristiche, si va cauti. Di sicuro comunque la corsa di Sanders per ora non si ferma, vuole far risuonare ancora quel suo messaggio di «rivoluzione politica» risultato non cosi’ estranei ai desideri degli americani. Sul fronte repubblicano e’ un nulla di fatto, se lo si guarda con gli occhi dell’establishment che ha tentato l’attacco a Trump. Invece il tycoon si prende tre stati – Michigan, Mississippi e Hawaii – e continua a correre spedito. E con 15 vittorie in tasca Trump sembra adesso perfino voler tendere la mano a chi lo vorrebbe fuori, invitando il suo partito a unirsi dietro la sua candidatura e a quello che ha definito un «fenomeno globale»: «invece di combatterlo, dovrebbero abbracciarlo, se abbracciamo quello che sta succedendo e se andiamo uniti… nessuno può battere il partito repubblicano». Ma la spaccatura resta, con la ex candidata per la nomination Carly Fiorina che sceglie il ‘campo Cruz’ annunciando il suo endorsement per il senatore del Texas, che ieri ha vinto i caucus, la ssemblee di elettori, in Idaho. Uno schema che si ripete anche questo: non un granché in termini di delegati, ma e’ la conferma che nelle assemblee popolari la campagna del senatore del Texas funziona e gli dà modo di insistere a proporsi come l’unica possibile alternativa a Trump. Tanto più che – ed è un altro dejà vu – ancora una volta Marco Rubio non vince nulla. Al punto che da più parti la campagna del giovane senatore di origini cubane la si ritiene già chiusa. Perfino se vincesse in Florida, il suo Stato che vota il 15 marzo e dove comunque i sondaggi lo vedono dietro Trump, non conquisterebbe un bagaglio di delegati rilevante.

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