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Ankara accusa il Pkk della strage e lo bombarda in Irak

A poche ore dall’autobomba che ha fatto strage nel pieno centro di Ankara, uccidendo 37 persone e ferendone 125, la Turchia punta il dito contro i ribelli curdi del Pkk e li bombarda nelle montagne del nord Iraq. Un’indagine lampo che spinge il premier Ahmet Davutoglu a parlare di prove «quasi certe che portano all’organizzazione terroristica» che la Turchia combatte con più forza, dentro e fuori i suoi confini. La notte scorsa 11 jet F-16 e F-4 di Ankara si sono alzati in volo, colpendo 18 obiettivi curdi nelle montagne di Qandil e Gara, roccaforti dei leader storici del Pkk in nord Iraq. Una campagna parallela a quella condotta nel sud-est turco, dove dalla scorsa estate gli scontri hanno provocato centinaia di morti – anche civili – e dove è stato imposto negli ultimi due giorni il coprifuoco in altri tre centri urbani, Yuksekova, Nusaybin e Sirnak. Come avvenuto già per l’attacco del mese scorso sempre ad Ankara, dal Pkk non è giunta però alcuna rivendicazione. Le indagini hanno già portato a 11 fermi, mentre per l’identificazione certa dei 2 kamikaze, assicura Davutoglu, manca solo la prova del dna. Una, conferma il vicepremier, era certamente una donna. I media turchi fanno il nome di Seher Cagla Demir, ex studentessa universitaria 24enne originaria di Kars, nell’est del Paese, che si sarebbe unita al Pkk nel 2013. Con questa accusa, la ragazza era già sotto processo con altre 4 compagne. A permetterne l’identificazione sarebbero state le impronte delle sue dita, trovate intatte sul luogo dell’esplosione. Insieme a lei a bordo della Bmw bianca del 1995 carica di tritolo, fatta saltare in aria a una fermata di autobus, ci sarebbe stato anche un uomo. Le indagini hanno portato gli investigatori proprio verso l’origine del veicolo usato per l’attacco: una concessionaria nella provincia sudorientale di Sanliurfa, al confine con la Siria. Lì sono stati compiuti alcuni dei fermi, che riguardano gli impiegati che avrebbero procurato l’auto, oltre ai familiari di almeno uno dei due kamikaze. Se le responsabilità del Pkk venissero accertate, notano diversi analisti, sarebbe il segnale di un cambio di strategia per un’organizzazione che di solito non prende di mira obiettivi civili. Per questo, non tramonta l’ipotesi che a colpire sia stata una ‘scheggia impazzita’ del movimentismo curdo come il Tak, che aveva già rivendicato l’autobomba del 17 febbraio ad Ankara. Intanto, è la stessa intelligence turca a finire nel mirino dopo il terzo attacco in 5 mesi nella capitale, che con quelli di gennaio nel centro turistico di Sultanahmet a Istanbul e di luglio a Suruc, al confine con la Siria, hanno provocato oltre 200 morti e trascinato il Paese sull’orlo del caos. Nel suo messaggio dopo l’autobomba, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha fatto appello all’unità, promettendo che il terrorismo verrà «messo in ginocchio». «È necessario ampliare la definizione di terrorismo per includere i sostenitori del terrorismo, che sono ugualmente colpevoli», ha poi aggiunto nel suo primo discorso pubblico dopo l’attentato. « O siete con noi o siete con i terroristi», ha concluso. Ma le falle nella sicurezza appaiono sempre più evidenti: la scorsa settimana, erano stati gli stessi 007 turchi ad avvisare l’ambasciata Usa ad Ankara di possibili attentati.

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