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Sessantuno miliardi di euro buttati per emergenze idrogeologiche e sismiche

Sessantuno miliardi di euro. E’ quanto l’Italia ha speso dagli anni cinquanta ad oggi per far fronte alle emergenze idrogeologiche e sismiche, in media circa un miliardo l’anno, mentre tale spesa si sarebbe potuta quasi dimezzare, facendola scendere a circa 35 miliardi, se i soldi fossero stati spesi per la difesa del suolo. Lo ha detto in una conferenza stampa davanti ai giornalisti della stampa estera, a Roma, il presidente dell’ordine dei geologi della Campania, Francesco Russo. “Si parla tanto, a tutti i livelli, di sviluppo sostenibile, di resilienza, ma sono soltanto parole – ha affermato Russo -. I geologi vengono chiamato soltanto quando i disastri e le tragedia sono accadute. Tragedie ed emergenze che favoriscono i soliti, perché emergenza significa deroga dalle procedure che dovrebbero garantire trasparenza”.
L’atto d’accusa – “senza voler fare politica” – contro la mancanza di prevenzione in materia di difesa del suolo è stato formulato da Russo durante la presentazione di una “convention” nazionale dei geologi “per il rilancio delle scienze della terra” che si svolgerà il 6 e 7 aprile a Minori, sulla costiera amalfitana, uno dei luoghi a più alto rischio di tutt’Italia sui piani idrogeologico, sismico e vulcanico, quest’ultimo a causa per l’attività del Vesuvio e dei Campi Flegrei che provocano continue “colate”. Nessuno, ha spiegato il presidente dell’Ordine nazionale dei geologi Francesco Peduto, può fare previsione: una colata può muoversi lentamente o precipitare in mare in pochi minuti. Il centro abitato di Minori, una delle perle della costiera, è zona sismica al 100%, il territorio circostante all’85%. Delle 700mila frane censite in Europa, 480mila sono in Italia dove più di sette milioni di persone, ha affermato Vincenzo Morra, dell’università Federico II di Napoli, sono in aree ad elevato rischio idrogeologico.
Durante la “convention” di aprile verranno mostrati filmati inediti presi dallo spazio e commentati dall’astronauta Luca Parmitano per mostrare i “punti deboli” del territorio italiano e in particolare campano. I corrispondenti stranieri saranno accompagnati a visitare ville ed altri monumenti dell’epoca romana destinati a scomparire nei prossimi anni, o in caso di forti piogge anche nei prossimi mesi, a causa della mancanza di prevenzione. In tutt’Italia, è stato precisato, i beni culturali minacciati dal dissesto idrogeologico sono ben 35.000.
I geologi denunciano di “non essere ascoltati” dai politici e da chi guida il Paese, “siamo ricorsi a ogni tipo di intervento eccezion fatta per lo sciopero della fame”, e sostengono di un capire “perché il governo non si rende conto della drammaticità della situazione”. In risposta a numerose e specifiche domande su possibili interessi malavitosi, hanno sottolineato che “in assenza di programmazione, di fronte alle emergenze tutto è possibile, anche gli interventi della malavita, tanto più che l’ammontare degli interventi finanziari sono sempre molto alti”. A proposito poi di chi spiega il dissesto idrogeologico con il cambiamento climatico, hanno precisato che la “tropicalizzazione” in atto può contribuirvi nella misura massima del 10% “ma il 90% delle responsabilità, specie nell’Italia del sud, è “della mancanza di programmazione, di controlli e di progettualità. Un esempio? Oggi piove molto più di 50 anni fa, ma le fogne sono ancora quelle del dopoguerra”.
Il disinteresse dei governi che si sono succeduti negli anni per la difesa del suolo è dimostrato, secondo i geologi, anche dallo stato di abbandono di questo settore di studi. Nonostante negli ultimi sette anni le iscrizioni a geologia siano aumentate del 200%, i docenti di scienza della terra, che nel 2007 era 1269, oggi sono appena 934; e da 28 il numero dei dipartimenti è sceso, attraverso accorpamenti soprattutto con le scienze biologiche, ad appena sette. Critiche sono mosse anche all’accettazione di direttive europee “che per l’Italia sono deleterie”, come per esempio quella che ha portato alla soppressione delle sette autorità di bacino operative da più di 30 anni nel Mezzogiorno, in corso di trasformazione un’unica autorità distrettuale: un modello valido per l’Europa del Nord, dove ci sono grandi bacini come per esempio quello del Danubio o del Reno, ma che non va bene nel Sud dell’Italia, dove le criticità sono numerosissime e vanno controllate il più vicino possibile.

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