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Caso Regeni, Gentiloni: “Verità dal Cairo o pronti a trarre conseguenze”

“Se non abbiamo risposte convincenti, compiremo i passi conseguenti”: il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, risponde dalle colonne del ‘Corriere della Sera’, all’appello lanciato ieri da Paola e Claudio Regeni, che hanno chiesto una “forte risposta” del governo rispetto all’atteggiamento del Cairo. Dal governo egiziano, ha detto Gentiloni, vogliamo “La verità, ossia l’individuazione dei responsabili. Ci si può arrivare da un lato esercitando una pressione politico diplomatica costante, cosa che abbiamo fatto e stiamo facendo e che costituisce un deterrente contro verità di comodo, dall’altro con una collaborazione investigativa. Quest’ultima a nostro avviso deve fare un salto di qualità, perché anzitutto non sono stati consegnati tutti i documenti e materiali che abbiamo richiesto. Inoltre occorre poter svolgere almeno una parte delle indagini insieme”. “La collaborazione – ha sottolineato il capo della diplomazia italiana – non può essere solo formale. Lo stillicidio di piste improbabili moltiplica il dolore della famiglia e offende il Paese intero”. Il titolare della Farnesina ha quindi sottolineato che “se la collaborazione diventa sostanziale, ci sono le condizioni per avanzare sulla strada della verità. La visita degli investigatori egiziani a Roma, prevista per il 5 aprile ma non ancora confermata, potrebbe essere l’occasione per un cambio di marcia. È chiaro che ogni decisione si può prendere in una fase successiva, se si verificasse che non ci sono margini per una cooperazione efficace”. L’appello dei genitori di Giulio Non una lacrima, ma tanto dolore. Un “dolore necessario”, da affrontare “tutti insieme”. Accanto al marito Claudio, nella sala del Senato dedicata ai morti di Nassiriya, Paola Regeni ha parlato in conferenza stampa, con la consapevolezza di chi sa che la morte del figlio è un fatto enorme che non ha cambiato soltanto la vita della sua famiglia. “La morte di Giulio non è un caso isolato. Non è morbillo, non è varicella. La parte amica dell’Egitto ci ha detto che l’hanno torturato e ucciso come un egiziano. Forse non saranno piaciute le sue idee. E forse – scandisce Paola – era dai tempi del nazifascismo che un italiano non moriva dopo esser stato sottoposto alle torture. Ma Giulio non era in guerra, non era in montagna come i partigiani, che hanno tutto il mio rispetto. Era lì per fare ricerca. Eppure lo hanno torturato”. Per un attimo, prima di affrontare i media, i genitori di Giulio hanno pensato ad un gesto estremo per smuovere le acque, diffondere la foto di Giulio all’obitorio della Sapienza. Come fece già Patrizia Aldrovandi, come continua a fare Ilaria Cucchi. Poi alla fine ci hanno ripensato, anche se non è escluso che più avanti possano cambiare idea, soprattutto se dall’Egitto continueranno ad arrivare depistaggi. “Crediamo che le parole della madre siano più forti” ha detto il loro avvocato, Alessandra Ballerini. E allora eccole, quelle parole. “L’ultima foto che abbiamo di Giulio è del 15 gennaio, il giorno del suo compleanno – dice Paola – , quella in cui lui ha il maglione verde e la camicia rossa. Non si vede, ma davanti a lui c’è un piatto di pesce e intorno gli amici, perché Giulio amava divertirsi. Il suo era un viso sorridente, con uno sguardo aperto. E’ un’immagine felice”. Poi c’è un’altra immagine. Quella che “con dolore io e Claudio cerchiamo di sovrapporre a quella in cui era felice”, quella all’obitorio. La mamma ha raccontato che inizialmente erano stati convinti a non vedere il figlio in quello stato. Ma come madre racconta di aver preso coraggio e averlo voluto vedere anche così, sfigurato dalle torture. “Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui”. Nessuno parla, Paola prosegue nel silenzio. “All’obitorio, l’unica cosa che ho ritrovato di quel suo viso felice è il naso. Lo ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso”. La madre di Giulio non piange. Non ci riesce. “Io che piango sentendo le canzoni romantiche, i funerali e pure per i disegni dei bambini, finora ho pianto pochissimo. Per Giulio non riesco a piangere, ho un blocco totale e forse riuscirò a sbloccarmi solo quando riuscirò a capire cosa è successo a Giulio”. Le chiedono quale sia la cosa che le fa più male. “Pensare a quando lui avrà cercato in tutti i modi di far capire chi era, parlando in arabo, in inglese, in italiano, in spagnolo, in tedesco, magari anche nel dialetto del Cairo, e niente e successo. Poi mi capita di vedere i suoi occhi, quei suoi occhi felici, che dicono ‘ma cosa sta succedendo, non può accadere a me’. E ancora, lo immagino quando, alla fine, capisce che quella porta non si aprirà più, perché lui aveva tutte le chiavi cognitive, linguistiche, e storiche per capire cosa stava accadendo”.

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