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TEATRO/ Pannofino, il mio Sancho Panza in “blue tooth”

«In realtà non ho mai amato starmene lì, da solo in scena, senza qualcuno con cui parlare. Questa volta, però, mi butto. E sento la responsabilità: se toppo io, toppa lo spettacolo». Lo dice ridendo, Francesco Pannofino, con l’inflessione romana e quella voce da George Clooney (ma anche di Tom Hanks o Antonio Banderas). A convincerlo ad accettare il primo monologo teatrale della sua carriera è stato Gianni Clementi, del quale quest’inverno ha già portato in tournée per quattro mesi «I suoceri albanesi», con un nuovo testo come «Blue Tooth», al debutto al Teatro della Cometa di Roma dal 7 al 17 aprile, per la regia di Claudio Boccaccini. Un monologo, appunto, in cui però l’attore e doppiatore di tante star di Hollywood da corpo a una piccola folla di personaggi. «È la storia di un uomo costretto a fare la statua vivente: una di quelle che si incontrano per strada, immobili a chiedere qualche moneta – racconta Pannofino all’ANSA – Ha scelto di essere Sancho Panza perchè ha il mito della letteratura del ‘500, ma non può farlo da solo, ha bisogno di un Don Chisciotte. Per questo ha coinvolto suo cugino, un cretino assoluto, ma alto e secco, quindi perfetto per il ruolo. Il guaio è che mentre lui è già lì in strada, pronto, il cugino non arriva». Inizia così una giornata d’inferno, con la sfilata dei passanti che lo guarda e, senza Don Chisciotte accanto, non capisce chi sia. «Il Blue Tooth del titolo – continua Pannofino – è quello che ha all’orecchio per parlare al cellulare. Ma c’è anche un richiamo alla bellissima storia di Aroldo I Danimarca», il sovrano soprannominato Bluetooth, che per primo alla fine del X secolo riuscì a unificare il regno di Danimarca, introducendo nella regione il cristianesimo. Intanto si ride, perché, nell’attesa del fantomatico cugino, il protagonista si ritrova incastrato in una serie interminabile di «comunicazioni», entra ed esce dal personaggio, è tormentato al telefono dalla moglie e da passanti che sembra parlino con lui, ma in realtà sono anche loro impegnati al cellulare. «È l’occasione per raccontare anche Roma e un pò della sua storia – prosegue l’attore – senza toni malinconici, per capire come siamo arrivati fin qui e chi siamo diventati». Ma Pannofino che rapporto ha con la tecnologia e, appunto, con il Bluetooth? «Non sono iper tecnologico, ma mi sono dovuto adeguare: fino ai messaggini arrivo anche io – racconta – Mi ricordo ancora quando per fare una telefonata dovevi andare al bar, chiedere un gettone e sperare di trovare la persona dall’altra parte. Non mi sentivo a disagio. Oggi, invece, ci metti un secondo, anche a preoccuparti. Se devi incontrare qualcuno, dopo un minuto di ritardo già arriva la telefonata: ‘Dove sei? Tutto bene? Ti vengo incontro?’. Dobbiamo per forza comunicare, ma che ci dobbiamo dire?». Il 28 aprile, intanto, uscirà al cinema «My father Jack» di Tonino Zangardi, «un’action comedy con molto pathos» in cui Pannofino sarà il padre di Matteo Branciamore. E alla tv non pensa, magari ancora nei panni del regista René della serie ormai cult «Boris»? «Ne ho molta nostalgia e me lo chiedono in molti – conclude – Lancio un appello agli autori, sperando leggano il mio urlo di dolore».

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