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Perù, presidenziali: Kuczynski sfiderà Fujimori al ballottaggio

Con il 66% del voto scrutinato l’esito del primo turno delle presidenziali peruviane appare ormai definito: Keiko Fujimori – figlia dellì’ex presidente Alberto – ha ottenuto il 39% delle preferenze e affronterà al ballottaggio del 5 giugno il rivale nel fronte conservatore, Pedro Pablo Kuczynski.Esclusa quindi dai giochi l’unica candidata della sinistra, Veronika Mendoza, che i sondaggi davano vicinissima a Kuczynski: un esito non sorprendente in un Paese che – pur votando spesso la persona più che il programma – il ricordo del terrorismo maoista di Sendero Luminoso ha reso strutturalmente conservatore.

Anche Fujimori – che riscuote particolare successo nelle fasce più deboli della società e nel Nord del Paese – deve tuttavia farsi carico di un’eredità politica pesante, che cinque anni fa aveva giocato contro di lei nel testa a testa contro l’uscente Ollanta Humala. Alberto Fujimori – a lungo rifugiato in Giappone – è all’ergastolo per corruzione e crimini contro l’umanità, mentre altri tre fratelli dell’ex Presidente sono ricercati dalla magistratura peruviana per arricchimento illecito.

Eppure per molti peruviani l’epoca della presidenza Fujimori (soprannominato “el Chino”, il cinese) rappresenta un momento di stabilità e benessere economico che contrasta con la situazione di crisi attuale, oltre ad aver segnato la sconfitta della guerriglia maoista ribelle di “Sendero Luminoso”: il fatto che in quegli anni Fujimori abbia autorizzato gravi violazioni dei diritti umani – comprese delle sterilizzazioni forzate per il controllo delle nascite – sembra essere passato in secondo piano.

Per molti elettori, la promessa di Keiko di non commettere gli stessi abusi del padre basta e avanza a dimenticare il passato: se di fatto Alberto Fujimori sconfisse la guerriglia, non sono in pochi a pensare che la figlia potrà fare altrettanto con la delinquenza ormai endemica in un Paese economicamente in crescita, ancorché rallentata negli ultimi anni – senza contare un possibile ritorno a quell’assistenzialismo di Stato che negli anni Novanta fu una delle carte vincenti dell’allora Presidente.

Viceversa, il timore di molti elettori – e partiti – è che una volta approdata alla Casa Pizarro Keiko possa cercare di riabilitare il padre – magari concedendogli la grazia come già promesso in campagna elettorale nel 2011 – e permettere al clan familiare oggi latitante di rimettere piede in Perù e riconquistare la propria influenza politica.

A rappresentare la – numerosa – destra anti-fujimorista sarà Kuczynski, ex economista della Banca Mondiale con un passato a Wall Street, già ministro delle Finanze e – come Keiko Fujimori – candidato sconfitto da Humala alle presidenziali del 2011: è senza dubbio il candidato preferito dell’establishment economico, assai poco a suo agio con l’ipotesi di sostenere Mendoza pur di sbarrare il passo a Keiko.

Tuttavia proprio il suo profilo – sposato con un statunitense è soprannominato, non a caso, “el Gringo” – lo rende poco popolare presso le fasce più basse della popolazione: in altri termini, se incasserà il voto della destra anti-fujimorista non è detto che riesca a sommare un numero sufficiente di appoggi anche a sinistra tale da avere la garanzia di poter imporsi al ballottaggio.

Le sue promesse elettorali – oltre alla difesa del libero mercato – comprendono un abbassamento della pressione fiscale per rilanciare l’economia, creando tre milioni di posti di lavoro, attraverso investimenti pubblici e privati: anche questo un ritorno agli anni Novanta, ma senza Fujimori

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