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CASO REGENI/ La Reuters nel mirino delle autorità egiziane

L’ufficio del Cairo dell’agenzia di stampa Reuters è nel mirino della polizia e di alcuni pubblici ministeri egiziani dopo la pubblicazione di un articolo alcuni giorni fa, su Giulio Regeni, il ricercatore italiano che è stato torturato e ucciso. Secondo fonti di intelligence e di polizia citate nell’articolo, Regeni era stato fermato dalla polizia e poi trasferito in un compound gestito dai servizi di sicurezza il giorno in cui scomparve, cioè il 25 gennaio. Una versione che smentisce quella ufficiale fornita dalle autorità egiziane secondo cui i servizi di sicurezza non avevano arrestato il giovane studioso. Ma tre funzionari dei servizi segreti egiziani e tre fonti di polizia, separatamente gli uni dagli altri, hanno confermato a Reuters che la polizia aveva preso in custodia lo studente prima che morisse. Una versione negata dall’Egitto. Il presidente egiziano, Abdel Fatah al-Sisi, ha già detto che “bugie e accuse” sulla stampa e sui social media stavano mettendo il Paese a rischio.

Il capo della stazione di polizia Al-Azbakiya, dove secondo la Reuters Regeni era stato inizialmente portato, aveva presentato una denuncia alla polizia contro l’agenzia di stampa, citando il capo dell’ufficio del Cairo, Michael Georgy e accusando la Reuters di pubblicare “notizie false volte a turbare l’ordine pubblico” e di diffondere voci per “danneggiare la reputazione dell’Egitto”. Il ministero dell’Interno egiziano, che gestisce la polizia, ha bollato l’articolo come “infondato”, condannando l’uso da parte della Reuters di fonti anonime e ha detto che il ministero “si riserva il diritto di intraprendere azioni legali”. Ahmed Hanafy, il capo procuratore della stazione di polizia di Qasr el-Nil nel centro del Cairo, dove è stata presentata la denuncia, ha detto che “finora la Reuters non è accusata di nulla, ma si stanno raccogliendo informazioni sulla base della denuncia presentata”. Inoltre “nessuno dell’agenzia “è stato convocato per un interrogatorio. Georgy rischia fino a un anno di prigione e una multa fino duemila euro in caso di condanna”.

David Crundwell, uno dei vice-presidenti di Reuters, ha appoggiato il lavoro dei suoi giornalisi al Cairo: “La storia non ha precisato chi è responsabile per la morte di regeni, ed è coerente con il nostro impegno per l’informazione accurata e indipendente”. La vicenda ha preoccupato ulteriormente quanti osservano il crescente deterioramento della libertà di stampa in Egitto dal 2013. Nell’agosto dello scorso anno tre giornalisti della emittente televisiva del Qatar, Al-Jazeera, erano stati condannati, con l’accusa di aver “diffuso notizie false” e di aver appoggiato l’ex presidente Mohamed Morsi e i Fratelli Musulmani, organizzazione “terroristica” per le autorità egiziane. I tre sono l’egiziano-canadese Mohamed Fahmi, il producer egiziano Baher Mohammed e l’australiano Peter Greste. Successivamente ai tre era stata concessa la grazia dal presidente Al-Sisi.

In una recente inchiesta il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), ha rilevato che sulla questione della libertà di stampa nel mondo, l’Egitto è il Paese con più detenuti: sono infatti ben 23 i giornalisti dietro le sbarre.

Manifestazioni anti-regime. Ma non c’è solo la vicenda di Giulio regeni ad impensierire il regime egiziano. In vista delle proteste annunciate per oggi, la procura di Giza (Cairo) ha messo in custodia preventiva per 4 giorni dirigenti del movimento del 6 Aprile – che ebbe un ruolo rilevante nella rivoluzione del 2011 – e ha emesso un mandato di cattura nei confronti di alcune persone, tra le quali un attivista dei diritti umani, l’avvocato Malek Adli e Ahmed Abdallah, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf). Lo rende noto la stessa ong. L’uomo, 36 anni, è stato prelevato ieri in casa dalle forze di sicurezza. L’organizzazione ha documentato negli scorsi mesi il caso dei centinaia di ‘desaparecidos’ egiziani.

E vicino piazza Tahrir la giornalista Basma Mostafa, che aveva intervistato la famiglia presso la quale erano stati trovati i documenti intestati a Giulio Regeni, ed altri sei suoi colleghi sono stati arrestati oggi. Lo fa sapere un tweet postato dal marito di Basma Mostafa.

Insieme con la donna, i servizi di sicurezza hanno arrestato anche i giornalisti Magdy Emara, Mohamed El Banna ed altri ancora. Tra gli arrestati anche cinque aderenti al Partito Socialista Democratico e 12 dei 47 attivisti e giornalisti contro i quali il procuratore generale ha emesso ordini di cattura. Tra questi l’avvocato Malek Adli, Amr Badr e Mahmoud El Sakka, accusati di incitazione a manifestare, di aver pubblicato informazioni false e di tentativo di rovesciamento del regime al potere.

Dalle prime ore di stamani, il Cairo ed altre città dell’Egitto, come Alessandria, sono blindate con auto, camion e mezzi di polizia e dell’esercito a presidio dei luoghi più noti, come piazza Tahrir, per prevenire le manifestazioni da parte di movimenti di opposizione al presidente Abdel Fattah al-Sisi e al governo. Mezzi della polizia e dell’esercito presidiano anche la ‘ringroad’ (raccordo anulare) che circonda la capitale e la piazza Rabaa el Adawya, dove alcune centinaia di persone furono uccise il 14 agosto 2013 in scontri con la polizia durante proteste per la deposizione del presidente allora in carica, Mohamed Morsi, da parte dei militari. La polizia ha chiuso tutte le strade che portano al sindacato dei giornalisti nel centro del Cairo “per motivi di sicurezza”. Via Abdel Khalek Tharwat, dove è ubicato il sindacato, è chiusa da recinzioni in acciaio ed è presidiata dalle forze di sicurezza.

L’operatore telefonico Telecom Egypt ha avvisato i suoi utenti che tutte le comunicazioni di telefonia fissa, mobile e internet saranno interrotte nell’area fra Mohandseen e Zamelik, nel centro del Cairo. La zona è stata teatro la scorsa settimana di manifestazioni a cui hanno partecipato non solo i Fratelli musulmani, ma anche la sinistra laica e i partiti liberali, terminate con decine di arresti.

Intanto il ministro dell’Interno, Magdy Abdel Ghafar, ha ammonito i manifestanti dallo scendere in piazza: “Non abbiamo dato alcun permesso per le manifestazioni di oggi e non permetteremo la violazione della legge in nessun caso. Le forze di sicurezza non consentiranno alcun attentato alla sicurezza della nazione”. Le proteste – vietate dalla legge se non autorizzate con notevole anticipo – sono contro la cessione delle due isole di Tiran e Sanafir, nel Golfo di Aqaba, all’Arabia Saudita, che ne avrebbe ottenuto la restituzione dopo 66 anni da quando, nel 1950 aveva chiesto all’Egitto di proteggerle da possibili assalti di Israele.

Le manifestazioni – che sono già cominciate a Minya, nel sud, ed a Sharqeya, nel nord – sembrano dover ricalcare anche i contenuti di quella del 15 aprile scorso, quando circa 2000 persone protestarono al Cairo non solo per le isole, ma anche per chiedere che Al-Sisi ed il governo in carica lascino il potere. Ieri discorsi molto fermi contro “le forze del male” che vogliono creare il caos e contro chi minaccia la stabilità e la sicurezza del paese sono stati diffusi in tv e sui siti dallo stesso presidente Al Sisi e dal ministro dell’interno, Mahmoud Abdel Gaffar. Arresti preventivi di attivisti e difensori dei diritti umani sono stati compiuti a centinaia nei giorni scorsi.

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