| categoria: Roma e Lazio

IN PRIMO PIANO/ Habemus Bertolaso

Si presenta convinto di poter essere il “city manager” di cui la Capitale ha bisogno per uscire una volta per tutte dalle mille emergenze nelle quali è sprofondata; E’ sostenuto dall’ “ottimismo della ragione”, vuole replicare nella Capitale il “gioco di squadra” col quale “tutto si può fare”. E’ sicuro di poter cancellare lo “schifo” delle buche, dei rom, della “monnezza” o degli autobus che non arrivano mai. Non parla da politico. Poca retorica e nessuna parola d’ordine, un registro fortemente popolare nel linguaggio, nelle espressioni, un tratto, un approccio che lo rende immediatamente familiare. Dà l’impressione di essere una persona pratica, lucida, nella pazza idea di convincere tutti a rispettare le regole della convivenza civile, le leggi, i regolamenti. Con le buone e le cattive maniere. Una gestione straordinaria dell’ordinario, verrebbe da dire, nel solco della azione del Commissario Tronca. “Non sono un politico”, ammette, “io voglio soprattutto risolvere i problemi” . Ma chi ci garantisce che, se eletto, potrà veramente governare?

Carlo Rebecchi e Giovanni Tagliapietra
Ascoltare Guido Bertolaso durante i suoi incontri preelettorali con i cittadini fa pensare ad un kamikaze. A qualcuno cioè, carico di coraggio e soprattutto di passione, che si appresta a una missione con scarse possibilità di successo. Mission impossibile o quasi. Tesi che questo “uomo del fare”, reso celebre dai successi della Protezione Civile di cui è stato per un decennio il capo, respinge con forza. A Roma si presenta convinto di poter essere, oltre che un buon sindaco, il “city manager” di cui la Capitale ha bisogno per uscire una volta per tutte dalle mille emergenze nelle quali è sprofondata; altrimenti, spiega, “sarei rimasto in Africa a salvare bambini, sono troppi quelli che muoiono”. E’ sostenuto dall’ “ottimismo della ragione”, vuole replicare nella Capitale il “gioco di squadra” che col quale “tutto si può fare”. E’ sicuro, e uno se ne rende conto solo a guardarlo parlare, di poter cancellare lo “schifo” – delle buche, dei rom, della “monnezza” o degli autobus che non arrivano mai – che fa di Roma, bellissima, una città di cui vergognarsi. Lo dice ed argomenta ovunque nel tourbillon di incontri, interviste, comparsate tv, visite “sul territorio”. Lo ascoltiamo e lo leggiamo sempre superficialmente, una voce e un volto nel panorama elettorale capitolino. Convince? Lui dice di sì. Poi hai occasione di incontrarlo e di valutarlo da vicino, in azione, in una delle tappe del suo itinerario di candidato, al Cis di Montesacro e ti fai una certa idea.Tutto sommato è un Bertolaso che non ti aspetti, quello che viene a spiegarsi di fronte ad una platea amica. Lo accolgono il presidente del Circolo, Roberto Borgheresi, il vice coordinatore di Fi Domenico Gramazio, , l’ex sindaco Dc Pietro Giubilo e il capolista di Fi Davide Bordoni. Magro, affilato, provato dal tour de force eppure tonico, adrenalinico. L’avventura gli piace, si capisce che ci crede e che è convinto di convincere gli altri. Pur tra mille pregiudizi e distinguo c’è più di qualche cosa che lo distingue dai suoi avversari. Un qualcosa che non identifichi ma che cogli a pelle. Non parla da politico, nel rapido accostamento mentale ai suoi avversari ci guadagna. Poca retorica e nessuna parola d’ordine, un registro fortemente (e forzatamente) popolare nel linguaggio, nelle espressioni, un tratto, un approccio che te lo rendono immediatamente familiare. E’ ovvio, quel che dice lo sta ripetendo a memoria decine di volte al giorno, ma appare concreto, positivo nel suo argomentare e nel delineare le sue soluzioni alle emergenze capitolini. Avrà anche avuto i suoi guai, si sarà anche infilato in situazioni imbarazzanti, ma dà l’impressione di saperne uscire con dignità. E’ uno al quale lasceresti le chiavi di casa e al quale ti affideresti per risolvere delle emergenze personali. Dà l’impressione di essere una persona pratica, lucida, “ Problem solving” è il suo mestiere.

Se ci è venuto da pensare a Bertolaso – in contrasto con la sua convinzione di poter essere il “salvatore di Roma” – come a un “kamikaze” in partenza per una missione impossibile non è perché non lo crediamo capace di fare ciò che dice. E’ perché temiamo che una volta di più Roma si riveli ingovernabile anche per uno come lui. Troppe le regole scritte e non scritte fatte apposta per ostacolare chi “vuole fare”, troppa l’abitudine di molti romani, anche tra i dirigenti capitolini, preoccupati più della poltrona che di lavorare per la Città. Negli ultimi mesi si è visto qualche segno di ripresa, merito del prefetto Gabrielli e del Commissario straordinario Pier Francesco Tronca. Un baluginio di novità. In questo solco Bertolaso pensa di inserirsi, ritiene che in due o tre anni, con l’aiuto dei romani, sia possibile far ridiventare Roma “una città normale”. E invita i cittadini a credergli, spingendo avanti, come credenziali, proprio i nomi, e i risultati positivi – ancorchè provvisori – di Gabrielli e Tronca, entrambi “della sua squadra” nei primi drammatici momenti del terremoto di dieci anni fa all’Aquila. E lascia intendere che proprio questi personaggi potrebbero affiancarlo, nella pazza idea di convincere tutti a rispettare le regole della convivenza civile, le leggi, i regolamenti. Con le buone e le cattive maniere. Una gestione straordinaria dell’ordinario, verrebbe da dire. “Non sono un politico”, ammette, “io voglio soprattutto risolvere i problemi” , chi lo affianca dà l’impressione di condividerne l’approccio e il programma. E’ carismatico e distribuisce certezze. Quando lui si ne va, a passo di carica, per il prossimo appuntamento elettorale, più d’uno scuote la testa e mormora sconsolato: “Ma chi ci garantisce che, se sarà eletto, potrà veramente governare?”.

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