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Obama revoca l’embargo sulle armi contro il Vietnam

Barack Obama cancella l’embargo sulla vendita di armi al Vietnam con una mossa che dà nuova spinta al «Pivot to Asia», il riorientamento degli interessi strategici di Washington verso il continente, avviato nel 2011 e che fa leva sul mega-accordo commerciale tra le economie del Pacifico, la Trans Pacific Partnership. Appena qualche giorno fa, la Casa Bianca ha annunciato l’alleggerimento dell’embargo economico nei confronti del Myanmar, dove domenica il segretario di Stato John Kerry ha incontrato Aung San Suu Kyi.

Con una svolta simbolica e sostanziale, a oltre 40 anni dalla fine di una delle guerre più controverse e laceranti per gli Stati Uniti, Obama ha chiuso uno degli ultimi strascichi della Guerra Fredda nel primo dei tre giorni di visita in Vietnam. Ripartirà mercoledì per il Giappone, dove parteciperà al G7 e dove, altra mossa simbolica, sarà il primo capo di Stato Usa a visitare Hiroshima.
Mai citata direttamente, Pechino è il convitato di pietra del viaggio di Obama. Nella conferenza stampa congiunta con il presidente vietnamita Tran Dai Quang, il capo di Stato Usa ha precisato che la rimozione dell’embargo non ha nulla a che fare con la Cina, ma ne ha indirettamente criticato l’aggressività nel Mar della Cina meridionale e ha affermato che ora il Vietnam «avrà accesso all’equipaggiamento di cui ha bisogno per difendersi».

Già nel 2014, gli Stati Uniti avevano alleggerimento il blocco alla vendita di armi ad Hanoi e da allora hanno fornito 46 milioni di dollari di assistenza militare. Il riavvicinamento è stato accelerato proprio dalla disputa che divide la Cina e gli altri Paesi della regione (Filippine, Brunei, Malesia, Taiwan e Vietnam) sulle acque territoriali, che Pechino reclama quasi interamente per sé, mettendo in campo la propria marina militare e costruendo isolotti artificiali.

Gli Stati Uniti si sono schierati al fianco dei Paesi minori e hanno già inviato le proprie navi da guerra nell’area, per sfidare apertamente le pretese cinesi e difendere la libertà di navigazione su rotte solcate ogni anno da 5mila miliardi di dollari di merci.

La risposta irritata della Cina non si è fatta attendere. L’agenzia di Stato Xinhua ha pubblicato un commento che “invita” gli Usa a non usare il riavvicinamento con il Vietnam «come uno strumento per minacciare o danneggiare gli interessi strategici di un Paese terzo». Il Vietnam, continua l’articolo, dovrebbe fare attenzione, perché gli Stati Uniti si muovono sulla base di «obiettivi non sinceri».

Dagli Stati Uniti, il Vietnam acquisirà in primo luogo sistemi di sorveglianza avanzati in modo da rimpiazzare l’obsoleto equipaggiamento di era sovietica, come spiega Collin Koh, della S. Rajaratnam School of international studies di Singapore. La fine dell’embargo, inoltre, permetterà al Paese di riequilibrare le sue forniture militari, che al momento dipendono in buona parte dalla Russia.

Quasi in contemporanea con la revoca dell’embargo, sotto gli occhi di Obama e Quang, la compagnia aerea low-cost VietJet, finora cliente esclusivo di Airbus, ha siglato un accordo per l’acquisto di 100 Boeing al prezzo di 11,3 miliardi di dollari. VietJet, che si prepara così a diventare il primo vettore del Paese, ha anche acquistato da Boeing motori per 3 miliardi di dollari per equipaggiare i veivoli già operativi. E General Electric ha sottoscritto un’intesa con il Governo per la realizzazione di mille megawatt di energia eolica. Gli scambi tra Stati Uniti e Vietnam è triplicato in 10 anni, raggiungendo quota 46 miliardi di dollari nel 2015. Resta però meno della metà del commercio tra Cina e Vietnam.

La vendita delle armi al Vietnam non sarà però incondizionata. Washington si riserva ancora di valutare caso per caso. Una scelta dovuta all’insoddisfacente condotta di Hanoi sul tema dei diritti umani, con più di 100 dissidenti ancora in prigione, secondo Human Rights Watch, che ha criticato la revoca dell’embargo

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