| categoria: editoriale, politica

Emergenza femminicidio, non c’è tempo da perdere

di Giovanni Tagliapietra
Emergenza femminicidio, le cronache sono dei bollettini di guerra. Lo Stato, la società assiste impotente, non sa come reagire, non sa che misure mettere in campo. Il termine femminicidio è orribile ma purtroppo in qualche modo efficace. Perché si tratta di donne, giovani e vecchie uccise da uomini, nella generalità dei casi partner o ex partner. Lo stillicidio degli episodi, la sistematicità, le dinamiche, il numero complessivo in aumento esponenziale fanno sì che si possa considerare il tutto un fenomeno a sé. Sociale, politico, prima di tutto. Lontani i tempi del delitto d’onore, si pensava. In realtà non è cambiato molto, non è cambiata la mentalità degli uomini, dei magistrati, dei legislatori. E poco o nulla si è fatto per andare oltre, per crescere, per maturare. Sorge dentro una rabbia sorda, nell’esaminare la sequenza, la interminabile scia di sangue. Le donne sono vittime, certo, ma oltre questa considerazione si vede frustrazione e impotenza. Non c’è misura che tenga un partner violento e incapace di accettare una parità sancita dalle leggi e dalla evoluzione sociale. C’è un ministro con una delega per le pari opportunità, la solita Maria Elena Boschi. Ha agitato le braccia minacciosamente, poi ha deciso di far stanziare dei fondi e di mettere in piedi una task force. Per fare che? Poi ci pensiamo, intanto partiamo, sembra un brutto film, una commedia all’italiana. Si può affrontare questa emergenza con leggi speciali, è un problema di soldi, di investimenti? Una piccola chiosa. Sotto il ministro per le pari opportunità (carica oggi vacante) c’è un piccolo esercito di persone, le consigliere di parità, una per ogni regione, una per ogni provincia. Un soggetto istituzionale previsto e imposto dall’ordinamento comunitario, creato per tutelare cittadini e lavoratori deboli da un sistema autoritario e violento, con un potere virtualmente non indifferente ma in pratica quasi nullo. Perché il sistema rifiuta ed espelle nei fatti questa figura istituzionale, perché quasi nessuno sa esattamente quale sia il suo compito (e lo Stato chissà perché non fa nulla per farlo sapere), perché è un ibrido, senza compenso, senza una collocazione precisa e riconoscibile. Così stanno le cose. E da questo punto di partenza la Boschi vuol affrontare il femminicidio e rovesciare secoli di pregiudizi? Un governo può e deve mettere in campo delle misure precise, immediate e di lungo periodo. Deve realizzare delle strategie formative, educative, informative a tappeto partendo dalle aule della scuola e finendo sugli spazi televisivi e radiofonici, con messaggi comprensibili ed efficaci. I bambini e le bambine devono essere educati a gestire questi problemi, a gestire i rapporti, devono introiettare la parità. Dall’altro lato un forte intervento va fatto sul soggetto maschile, intossicato fin dalla adolescenza da messaggi bacati e fuorvianti. Chi esce da determinati schemi di comportamento deve essere individuato, seguito, aiutato. Inutile far finta di credere, a cose fatte, al raptus, alla follia, al dolore per l’amore non corrisposto e alla rabbia per l’affronto subito. La reazione anomala è quasi sempre legata a patologie, talvolta latenti. Si chiama prevenzione e può essere molto efficace, se realizzata nei grandi numeri e con sistema. Un tempo ci pensava l’esercito, con la leva obbligatoria, a fare un minimo di screening. Oggi si è allo stato brado. Ancora. Le leggi. Devono essere determinate d’urgenza, devono essere chiare, efficaci, scattare al minimo segnale. La legge sullo stalking è all’acqua di rose, una specie di barzelletta. I primi a non essere in grado di gestirla, a non crederci, sono le forze dell’ordine e i magistrati. Un intervento convinto cambierebbe le cose. Non c’è tempo per duellare in Parlamento, un pacchetto di misure strutturali in questa direzione vale dieci riforme costituzionali ed è più importante del referendum. Ma Renzi e la Boschi lo capirebbero?

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