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Orfini sotto processo, sua la colpa se il Pd romano è a pezzi

Una lunga catena di errori che lascia per strada i resti di un partito tramortito. Nei numeri e nelle persone. «Una guerra civile», dice un importante dirigente. Il Pd ha perso 67mila voti rispetto alle elezioni del 2013, si trova con sette consiglieri eletti in Aula Giulio Cesare (compreso Roberto Giachetti) gran parte delle storiche correnti sono scomparse dagli scranni (dai Popolari ai Giovani Turchi passando per le aree Marroni, Bettini e la minoranza bersaniana). Le prime avvisaglie arrivarono all’inizio dell’anno poco prima delle primarie per il sindaco: 9.000 iscritti in meno in due anni, solo 7.000 quelli del 2015. Poi le primarie del 6 marzo per il sindaco vinte da Giachetti: 44 mila votanti (nel 2013 furono 100mila) con tanto di astensione gonfiata per ingrossare l’affluenza. Numeri complicati da cui ripartire in vista di un congresso che dovrà svolgersi «entro ottobre», quando scadrà il secondo anno del commissario Matteo Orfini. E ora è proprio il leader dei Giovani Turchi a camminare sui carboni ardenti. Area Dem, quella che fa capo al ministro Franceschini, è «in fibrillazione». Idem la componente vicina al governatore Nicola Zingaretti.
Più defilato in quanto parte in causa, ma pronto ad accodarsi alle critiche verso Orfini, anche il mondo turborenziano emanazione del ministro Paolo Gentiloni. La parolina magica – «dimissioni» – ancora non l’ha pronunciata nessuno, ma basterà aspettare un po’. «Matteo dovrà rendere conto – affilano i coltelli nel Pd- di come ha gestito questi due anni il partito». E cioè dalla scoppio di Mafia Capitale, fino alla doppia capriola sul caso Marino, passando per la cura del lanciafiamme sui circoli, per concludere con la campagna elettorale e la composizione delle liste.
La mappa del voto riporta a due casi emblematici. Si parte da Ostia, dove l’iniziale timidezza sul presidente del municipio Andrea Tassone (poi arrestato) ha lasciato il posto per un periodo a una grande attenzione con lo scoppiettante senatore Stefano Esposito (fedelissimo di Orfini) sulle barricate per la legalità nel litorale. Una guerra lampo, persa per abbandono del campo: negli ultimi mesi il Pd è scomparso da Ostia, intanto commissariata per mafia, dove il M5S al primo turno ha toccato quota 43,8%: 30 punti in più rispetto al Pd.
Discorso ancora più autolesionista nel VI municipio, quello di Tor Bella Monaca. Qui per mesi, sub commissario l’orfiniano Gennaro Migliore, il Pd ha provato (invano) per ben due volte a sfiduciare il mini sindaco Marco Scipioni accusandolo di una gestione «opaca» e facendo capire che la Procura sarebbe arrivata: a oggi non è successo niente, Scipioni ha terminato (da espulso) il mandato, si è ricandidato con una lista civica contro il Pd, che ha perso il municipio e per il Campidoglio ha raggranellato l’11%, i pentastellati il 42. Orfini parlerà a partire da oggi, ai suoi ha confessato che «quasi quasi non vede l’ora di andarsene» dal caos romano e che comunque porterà a termine il mandato: in estate la festa dell’Unità, poi il congresso, ancora da capire se prima o dopo il referendum: «Ho preso un partito al 10% – è il ragionamento che fa spesso – deligittimato in tutta Italia e sono riuscito comunque a mandarlo al ballottaggio. Aspetto le correnti al passo».

Orfini viene accusato di aver «troppo distrutto e poco ricostruito» il partito post Mafia Capitale e di aver rotto in maniera acritica con l’ala sinistra (vedi Sel): una visione opposta a quella di Nicola Zingaretti. Ed è molto probabile ora che il nuovo Pd, o meglio ciò che ne rimane, ripartirà proprio dal governatore (ultimo avamposto dem a Roma) che nel frattempo ha trovato una sintonia con il premier e segretario Matteo Renzi. Si va verso un «patto» tra le correnti rimaste in piedi, con tutte le altre costrette ad accodarsi. A partire dai Giovani Turchi. Che ora, oltre a perdere aderenza a Roma rischiano al prossimo congresso nazionale di non esprimere più nenmeno il presidente, e cioè Orfini. Ma questa forse è un’altra storia.

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