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Spoil system o spending review? Cominciano a cadere le teste dei manager, prime rimozioni

Se qualcuno pensava che i grillini non facessero sul serio (o perlomeno non volessero dare subito all’esterno il senso del cambiamento, della inversione di rotta) si sbagliava. Che lo si chiami spoil system o spendig review cominciano a cadere le teste coronate, manager, dirigenti. E poco importa che qualcuno possa fare ricorso e opporre resistenza. Dopo il comandante dei vigili Raffaele Clemente, tocca ad alcuni dirigenti di Roma Capitale, tutti con contratti intorno ai 100mila euro l’anno. Che però preparano il ricorso perché a quelle posizioni erano arrivati tramite una selezione pubblica indetta dallo stesso Campidoglio e ora si trovano senza lavoro o con ruoli (e stipendi) molto ridimensionati. Il nome più conosciuto è sicuramente quello di Federica Pirani, direttrice dei Musei comunali di arte moderna e contemporanea, la struttura che mette insieme il Macro, Palazzo Braschi, e la Galleria comunale d’Arte moderna e contemporanea. Da semplice funzionaria della Galleria, alla fine del 2014, era riuscita a vincere la selezione indetta dalla giunta Marino. Guadagnando il posto da direttore in una delle caselle più prestigiose della cultura capitolina, con annesso contratto da 103mila euro l’anno. Sempre tra i manager culturali, traballa la poltrona del sovrintendente Carlo Parisi Presicce, anche se dovrebbe riuscire a rimanere in sella almeno fino al termine dell’estate, in attesa della nuova macrostruttura.
Nella Ragioneria generale, dopo la prima tranche di lettere inviate dalla sindaca Raggi, sono saltati tre dirigenti: Patrizio Belli, direttore della Programmazione finanziaria e gestionale del Comune, con un passato da funzionario dell’ex Provincia di Roma, che ora dovrà abbandonare gli uffici di Roma Capitale. Resterà in Comune, ma retrocessa a funzionaria, Addolorata Prisco, che dirigeva l’Unità operativa per il controllo degli equilibri finanziari del Campidoglio. Revocato anche l’incarico da dirigente a Francesco Perrone, (ormai ex) direttore del Sistema integrato dei controlli interni, per conto del Segretariato generale.
Nel Dipartimento Patrimonio invece a saltare è la poltrona di Claudio Blandolino, a capo del sistema Acquisizioni e consegne. Anche lui, come gli altri quattro manager, aveva firmato un contratto, di durata triennale, il 31 dicembre 2014 dopo avere vinto una procedura pubblica.
Manovra, quella di fine 2014, a dire la verità contestata già all’epoca dall’opposizione, che puntò il dito sui costi dell’operazione: un milione e mezzo di euro nel triennio previsto dai contratti a tempo determinato. Contratti con stipendi a sei cifre: 130mila euro lordi l’anno per Perrone (43mila euro di stipendio tabellare, più bonus vari), oltre 100mila per la Pirani; appena sotto (intorno ai 93mila), la Prisco. Stipendi a cui ora dovranno rinunciare. Anche se, tra i manager «decapitati», c’è chi prepara i ricorsi: «Abbiamo vinto una selezione pubblica e trasparente per incarichi triennali – è il ragionamento – le nostre non sono nomine fiduciarie legate al mandato di una giunta, ricopriamo ruoli strategici per la macchina capitolina». Considerazioni che però, alle orecchie della Raggi, non sono suonate abbastanza convincenti. Manca all’appello il report sulle consulenze: per rispettare gli obblighi previsti dal piano Anticorruzione, vanno mappate tutte le prestazioni esterne ancora in essere. Con una dead-line precisa: fine luglio.

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