| categoria: economia

Tetto a stipendi e bonus per i manager pubblici: possibili fino a 100 mila esuberi

P.a.: Madia, a breve incontro sindacati su mobilità Un ultimo miglio, altri dieci giorni per un secondo esame alle Camere, e poi ci sarà l’approvazione definitiva. Ieri il consiglio dei ministri ha dovuto decidere un piccolo supplementare, ma i giochi ormai sono fatti. Il taglio delle società partecipate delle pubbliche amministrazioni, uno dei provvedimenti cardine della riforma Madia della Pubblica amministrazione, sta per diventare legge. Il decreto che, secondo le promesse, dovrebbe ridurre da 8 mila (ma in realtà sono più di diecimila) a solo mille le società controllate dagli enti locali, dando un colpo mortale al capitalismo municipale, ha assunto la sua forma finale. Entro sei mesi i Comuni, le Regioni, quel che resta delle Province, e tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno presentare dei piani di razionalizzazione delle società che controllano. Le nuove norme stabiliscono che sarà lecito essere soci solo di alcune determinate aziende: quelle che producono servizi di interesse generale, che progettano e gestiscono opere pubbliche, o che autoproducono beni strumentali alla stessa amministrazione. Insomma, i sindaci o i governatori non potranno più partecipare a società che producono fiori, formaggi o prosciutti, come aveva scoperto con un certo sgomento l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Tutte quelle che non rientrano nelle categorie «lecite», finiranno in una sorta di «black list» e il loro destino sarà segnato: cessione, chiusura o liquidazione.

Così come sin da subito dovranno essere vendute, chiuse o liquidate le società che non hanno dipendenti, o quelle che hanno più amministratori che lavoratori. Dovranno essere liquidate le aziende in perdita perenne, quelle che negli ultimi cinque anni hanno chiuso almeno quattro bilanci in rosso. Questa norma draconiana, in realtà, è stata leggermente ammorbidita rispetto al primo testo del governo, aggiungendo che le perdite devono essere pari ad almeno in 5% del fatturato. Così come è stata alleggerita un’altra norma che prevedeva la liquidazione delle società che fatturano meno di un milione. Il tetto è stato ridotto a 500 mila euro.
La stretta non riguarda solo le società, ma anche gli amministratori. Il limite di 240 mila euro alle retribuzioni, già oggi in vigore per i dipendenti della pubblica amministrazione e per le partecipate dello Stato, viene esteso anche alle controllate degli enti locali. Un successivo provvedimento dovrà distinguere le società in fasce, fino a cinque, stabilendo altrettanti tetti agli emolumenti. Oggi, per le società del Tesoro, esistono tre fasce. Oltre a quella da 240 mila euro, per chi amministra le società più grandi, ce n’è una da 190 mila euro e una da 120 mila per le società più piccole. Il sistema potrebbe essere replicato. Amministratori delegati e presidenti delle partecipate non potranno avere più nemmeno dei «super-bonus», delle liquidazioni milionare quando lasciano l’incarico. Sarà vietato dalla legge. Potranno però, avere premi anche se la società è in perdita, purché il risultato sia in miglioramento. Nei consigli di amministrazione, poi, dovranno entrare anche le donne. Il provvedimento introduce una quota rosa del 30%, un amministratore su tre dovrà essere del gentil sesso. Ma la vera sfida che si apre con il taglio delle partecipate pubbliche è quella che riguarda gli esuberi.
Secondo i sindacati la riduzione delle società controllate determinerà qualcosa come 100 mila esuberi. Cinque volte il numero di persone che il governo ha dovuto ricollocare con il taglio delle province. E inzialmente, infatti, si era pensato di gestire il personale in eccedenza con gli stessi meccanismi usati per gli enti disciolti. Alla fine si è scelta un’altra strada. Ad occuparsi di ricollocare gli esuberi delle partecipate chiuse, saranno le Regioni attraverso la mobilità. Le società partecipate che sopravviveranno alla mannaia, non potranno assumere personale fino a giugno del 2018, ma in caso di necessità dovranno assorbire i lavoratori delle altre partecipate. Se non ci sarà posto per tutti, interverrà l’Agenzia per il lavoro, l’organismo creato con il jobs act e che ha sostituito il vecchio collocamento.

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