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Ndrangheta, le mani sul terzo valico. Indagato vice presidente Consiglio Calabria

Le mani delle cosche sugli appalti per la realizzazione dell’Alta velocità ligure: l’inchiesta della Dda di Reggio Calabria è l’ennesima conferma di come la ‘Ndrangheta abbia ormai radici profonde e un ruolo rilevante in diverse regioni del nord Italia, con affiliati direttamente in contatto con la ‘casa madrè in Calabria, riti di affiliazione al raggiungimento dei 18 anni e summit mafiosi. Al centro delle indagini la cosca reggina Raso – Gullace – Albanese di Cittanova: gli accertamenti della Dia e della Polizia avviati nel 2009 su alcune ditte che operano nel movimento terra in provincia di Savona, hanno consentito di documentare «stabili collegamenti» tra le famiglie d’origine calabresi e alcune persone da tempo residenti in Liguria. Soggetti titolari di imprese impegnate nell’edilizia e nel movimento terra, due settori sui quali da tempo la ‘ndrangheta ha investito il denaro proveniente dai traffici illeciti. Sono così scattati gli arresti per una quindicina di persone e il sequestro di diverse società. «Da parte dell’amministrazione – ha detto il presidente della Regione Giovanni Toti – c’è ovviamente la volontà di non abbassare la guardia e di tenere il massimo rigore. Se qualcuno ha sbagliato pagherà». L’obiettivo delle cosche erano i subappalti per i lavori del «Terzo Valico di Giovi», la linea ad alta velocità definita di «interesse strategico nazionale», che collegherà Genova a Milano e che dovrebbe essere pronta per il 2021. Il Tav ligure, un’opera che vale 6,2 miliardi, ha l’obiettivo di potenziare i collegamenti del sistema portuale della Liguria con le principali linee ferroviarie del nord Italia e il resto d’Europa e si sviluppa lungo 53 chilometri, di cui 37 in galleria. Il Cipe ha fissato un limite di spesa di 6,2 miliardi per il consorzio Cociv – un colosso di cui fanno parte Salini Impregilo, Condotte e Civ – che dovrà realizzare i sei lotti. Il consorzio Cociv si dice totalmente estraneo alle indagini della Procura di Reggio Calabria sugli interessi della ‘ndrangheta nei lavori per la nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità. E, in una nota, informa che «le notizie pubblicate non coinvolgono né hanno coinvolto il Consorzio stesso». «Ciò che si registra è solo la presenza di alcuni marginali fornitori di servizi, le cui società sono partecipate, in quota di minoranza, da alcuni dei soggetti sottoposti a custodia cautelare nel procedimento penale riportato dagli organi di stampa», sottolinea il Cociv Le cosche, secondo le indagini, erano riuscite ad accaparrarsi alcuni sub appalti già aggiudicati per la realizzazione dell’infrastruttura, sia in Liguria che in Piemonte. E per agevolare l’apertura dei cantieri e non rischiare di perdere i lavori, alcuni membri si sarebbero apertamente schierati con il movimento ‘Si tav’. «Dalle indagini – scrive infatti il Gip – è emerso l’interessamento dell’intera cosca ai lavori dell’infrastruttura». Uno dei referenti delle cosche era Orlando Sofio – l’uomo che ha sostenuto i ‘Si tav, finito in carcere – in stretto contatto con il consigliere del Pdl di Novi Ligure Libero Pica, a sua volta dipendente della società Itinera collegata al consorzio Cociv. In una conversazione intercettata dagli investigatori era lo stesso Sofio a spiegare all’interlocutore di poter riceve dei lavori in subappalto da Pica, che aveva già acquisito gli appalti sui lotti interessati dal percorso. I lavori sarebbero stati realizzati con i mezzi delle imprese di Carmelo Giullace (anche per lui il gip ha disposto il carcere). «Io so sperando per sto Terzo Valico – dice Sofio – quando ci dissi mi devi dare il lavoro, io mi prendo in carico tutti i camion che ho nella cava di Nino (Giullace, ndr)…li buttiamo dentro…». E sempre con lo stesso schema – puntare ai subappalti, dove i controlli sono meno rigidi – le imprese edili e di movimento della cosca Raso-Gullace-Albanese« sarebbero riusciti ad intercettare dei lavori della Cooperativa ‘Coopsettè. Il sistema era semplice: le imprese presentavano dei preventivi gonfiati che, grazie alla complicità di dipendenti corrotti, venivano approvati. Il surplus rispetto alla reale entità dei lavori costituiva il guadagno per le cosche e la mazzetta per i dipendenti infedeli.(

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