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Sgambetto della sinistra Pd: lancia il «Mattarellum 2.0». Gelo di Renzi

«Abbiamo messo una camicia di forza a una pentola a pressione. Ma lo vediamo che cosa sta accadendo in tutta Europa? Con l’Italicum una lista che abbia il 20% dei voti può prendersi il 55% dei seggi». Pier Luigi Bersani si sfoga in Transatlantico poco prima che i bersaniani Andrea Giorgis e Federico Fornaro presentino alla stampa, assieme a Roberto Speranza, la loro proposta di legge alternativa all’Italicum. Una sorta di Mattarellum corretto che gli stessi proponenti battezzano Mattarellum 2.0: via il ballottaggio, e con esso la possibilità che il Movimento 5 stelle vinca le prossime elezioni solo per effetto del voto “tutti contro il Pd” come avvenuto nei ballottaggi di Roma e Torino.

«Ora si sono accorti che può vincere il partito anti-sistema di Beppe Grillo – prosegue Bersani nel suo ragionamento – come se il M5s non avesse già preso il 25% nel 2013. Quando me ne occupavo io di legge elettorale, nella scorsa legislatura, c’erano professori che dicevano che un premio del 6% era accettabile, del 10% ai limiti della accettabilità e oltre il 10% del tutto inaccettabile. Oggi i professori hanno avallato un sistema che porta il premio, teoricamente, al 35%. E allora io dico, e lo scriva, che gli scienziati un tempo facevano gli esperimenti sui topi o sui cani, e non sulla pelle degli uomini». Il Mattarellum 2.0, naturalmente avallato dallo stesso Bersani, vuole essere appunto l’antidoto al “veleno” Italicum. Eccola, la proposta che la minoranza del Pd vuole mettere a disposizione del proprio partito prima e del Parlamento poi: come anticipato nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, il riferimento è il vecchio Mattarellum, con il 75% dei seggi (475) attribuito tramite collegi uninominali. Il restante 25% (143) è così ripartito: 12 eletti all’estero con il sistema proporzionale; 90 eletti, pari al 14%, come premio alla lista o alla coalizione che sul territorio nazionale ottiene il maggior numero di voti; 30 eletti (pari al 5%) come premio «alla migliore minoranza» in modo da rafforzare la seconda forza parlamentare per riequilibrare parzialmente il premio di maggioranza; infine 23 eletti divisi proporzionalmente tra le liste o tra le coalizioni che superano il 2% e che abbiamo meno di 20 eletti nei collegi uninominali.

Si tratta di un sistema piuttosto elaborato che nell’intento dei proponenti vuole equilibrare le esigenze della governabilità e quelle della rappresentanza. E, va ricordato, si tratta di un sistema simile a quello proposto dallo stesso Matteo Renzi due anni fa in una rosa che comprendeva anche il “modello dei sindaci” (poi divenuto l’Italicum) e il modello spagnolo dei piccoli collegi plurinominali. Il punto è che già due anni fa il Mattarellum corretto con il premio di maggioranza fu bocciato da Forza Italia e dai centristi della maggioranza, da sempre allergici ai collegi uninominali. Per questo la reazione dei renziani insiste su questo punto: che ne pensano Fi e il M5S? Con quale maggioranza si pensa di poter approvare una tale legge? C’è poi il punto, da non sottovalutare, che il Mattarellum 2.0 non garantisce un vincitore certo come invece fa l’Italicum. Per garantirsi il premio e la maggioranza il partito o la coalizione vincente dovrebbe superare il 35% dei voti e avvicinarsi al 40%. «Sapremo la sera stessa del voto chi ha vinto? – si chiede il renziano Davide Ermini -. È curioso che proprio la minoranza del Pd, sul piede di guerra contro Verdini e affini, abbia escogitato un sistema che probabilmente ci costringerebbe a fare di nuovo alleanze con i centristi». Intanto il giovane turco Matteo Orfini, che proprio ieri ha proposto il modello greco (un proporzionale con il 15% di premio), dice che si tratta di una «proposta che si può approfondire». E anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, renziano di provenienza franceschiniana, non chiude: «Ne discuteremo».

Il governo da parte sua lascia fare, ripetendo che l’Italicum non è blindato e che il Parlamento è sovrano. Ma è chiaro a tutti, anche alla minoranza del Pd, che nulla verrà toccato prima del referendum di novembre sulla riforma del Senato e del Titolo V. Non a caso Renzi, ieri in viaggio tra Piemonte e Napoli, insiste sul referendum come crocevia della legislatura e non solo: «Con le riforme fatte abbiamo finalmente tolto di mezzo l’agenda del passato. Il referendum costituzionale sancisce queste riforme ed è un passaggio chiave. Dopo possiamo affrontare l’agenda dei prossimi 30 anni».

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