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Settimo Torinese, periferia la ricchezza. Candidata a capitale della cultura 2018

Stabilimento Settimo Torinese

Stabilimento Settimo Torinese

Settimo Torinese, periferia la ricchezza
Non tutti hanno una storia fatta di integrazione e aggregazione nel tessuto lacerato delle periferie, di accoglienza concreta, di innovazione ed entusiasmo, di fabbriche tecnologiche e “umane” al tempo stesso.

Una storia che produce una bellezza “altra”, non quella ereditata dal passato, assimilata all’immagine di monumenti antichi, chiese e musei, ma quella che si può costruire partendo dal presente e dalla gente che lo popola. Inizia da qui, dal coraggio di introdurre un nuovo concetto di “cultura”, la sfida di Settimo Torinese che, dopo Mantova e Pistoia, si candida a Capitale italiana della Cultura 2018. La cittadina piemontese, poco distante da Torino, dalla sua non ha paesaggi mozzafiato né un particolare patrimonio storico artistico da far valere: altre sono le sue carte vincenti, forse meno evidenti di un castello o di una collezione di quadri preziosi, ma non certo da sottovalutare. Innanzitutto la voglia di costruire un futuro che sia degno di essere ereditato. E poi l’orgoglio di sentirsi una comunità, a prescindere dalla provenienza geografica. Già negli anni ’50 e ’60 la città dimostrò lungimiranza, quando da ex borgo di lavandai di circa 13.000 abitanti, si ritrovò ad accogliere 30.000 persone provenienti dal Polesine e dal Sud Italia, rendendole parte integrante del territorio.

Un’ospitalità che si replica anche oggi nel Centro Fenoglio, il più grande hub di Prima Accoglienza e Richiedenti Asilo del Nord Italia, in cui un flusso ininterrotto di disperati arriva nella speranza di scampare a un destino infausto. Proprio di questo rispetto nei confronti dell’umano è figlia l’attenzione al “saper fare”, una forma di cultura che a Settimo passa dall’industria, certo, ma anche dalla scienza, dalla creatività, dallo sviluppo sostenibile, e dalla voglia di riscatto nata in quartieri popolari in cui il disagio sociale è il primo rischio. La coesione sociale nelle periferie grazie al Teatro Laboratorio Settimo fondato da Gabriele Vacis negli anni ’70 (dove sono fioriti talenti come Gabriele Paolini e Alessandro Baricco), la reindustrializzazione puntata su ricerca, innovazione e sostenibilità grazie all’investimento di centinaia di milioni di euro da parte di Lavazza, L’Oreal e Pirelli (quest’ultima ospita nella fabbrica altamente tecnologizzata uno degli edifici più innovativi di Renzo Piano, una Spina completamente vetrata lunga 400 metri e con un tetto di pannelli solari). E poi la Biblioteca Archimede, che ha sede nella ex fabbrica di vernici Paramatti, con oltre 400.000 utenti annui (quasi 4 volte la media nazionale) e 140.000 prestiti (circa 3 volte la media nazionale); il vecchio Mulino diventato Ecomuseo, e infine La Siva (la fabbrica di vernici dove Primo Levi lavorò per 28 anni) ora in fase di ristrutturazione per diventare uno nuovo spazio culturale della città. Sono questi i gioielli che Settimo Torinese mette sul piatto, con i quali intende rispondere a chi chiede il perché di questa candidatura.

“La bellezza di questa candidatura sta nel racconto, nella possibilità di portare un dibattito sul centro e sulle periferie a livello nazionale. È una candidatura anomala ne siamo consapevoli, ma non arrogante, perché non è in contrapposizione con le Città d’arte classiche. Vuol essere semplicemente un’altra Storia. Diversa. Che forse merita di essere raccontata”, dice all’ANSA Elena Piastra, vice sindaco di Settimo Torinese, “ci piace l’idea che la nostra generazione si prenda la responsabilità di costruire la cultura del presente da lasciare in eredità agli italiani di domani, non possiamo solo vivere delle bellezze storiche del nostro meraviglioso Paese: è il nostro turno di rimboccarsi le maniche, e costruire una cultura di integrazione, tecnologia, architettura sostenibile, e noi a Settimo l’abbiamo fatto”.

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