| categoria: Roma e Lazio

Incubo incendi sulla Pontina, l’obiettivo è far sgomberare i campi nomadi?

Ogni giorno un rogo. Il fuoco si anima nelle ore più disparate, quando il traffico intasa la Pontina e blocca in colonna i poveri automobilisti. Un’intera settimana di passione per chi è pendolare o per chi deve raggiungere i luoghi di vacanza, e gli incendi non accennano a diminuire. Sin dal primo momento è stato accertato che non si tratta di sterparglie accese da mozziconi di sigaretta, ma che c’è la mano dell’uomo.

E ora nella relazione consegnata dalla Guardia forestale al pubblico ministero romano Lucia Lotti, c’è una pista tra le più accreditate dagli investigatori, ed è che i piromani hanno un preciso obiettivo: colpire il campo rom di Castel Romano. Non incendi appiccati casualmente, dunque, per richiamare l’attenzione su un percorso che da anni aspetta di essere trasformato in autostrada. Ma un segnale preciso lanciato a chi vive in quell’insediamento e che potrebbe riguardare interessi di varia natura, criminali ed economici. Sono proprio i rom, infatti, ad avere avuto i peggiori danni dai roghi: rimasti isolati nelle loro baracche hanno rischiato di dover lasciare il campo.

Il magistrato aspetta ora che la Forestale concluda la sua attività di indagine e poi procederà con gli interrogatori. Ma non si può non pensare a quanta parte abbia avuto quell’insediamento negli affari del ras delle cooperative di Mafia Capitale, Salvatore Buzzi. E’ lui stesso a raccontare, nell’interrogatorio di un anno fa, dell’esistenza di un accordo con i due capi rom, Meo e Carlo Kasmin, e del fatto che il Comune pagava, a suo dire, 15 mila euro a testa ogni mese perché non si opponessero al trasferimento dei nomadi da Ponte Marconi al nuovo campo di Castel Romano.

Inoltre, il territorio in esame – ha spiegato ancora Buzzi – rientrava in quello in cui era maggiore la permeabilità all’influenza del clan Casamonica, senza contare la natura della popolazione con cui il sodalizio del Carminati si sarebbe dovuto relazionare. Per tali motivazioni, l’organizzazione si avvaleva del supporto fornito dal clan presente in quel contesto, in modo da tenere sotto controllo le problematiche che sarebbero potute sorgere nel rapporto con i nomadi. In particolare, il sodalizio si avvaleva dell’opera prestata da Luciano Casamonica che «a fronte del sostegno prestato aveva ricevuto un corrispettivo di circa 20 mila euro al mese».

Insomma, sono diversi gli interessi in ballo dietro cui potrebbe nascondersi la mano dei piromani. Gli incendi adiacenti alle baracche dei nomadi potrebbero essere, al momento, solo una minaccia. Come dire: potremmo fare di più e, la prossima volta, incendiare il campo.

Nel frattempo, il bollettino di guerra della viabilità sulla Pontina continua ad allungarsi. Era cominciato tutto il 18 luglio scorso con la strada chiusa per ore e più di sei chilometri di fila. Il maxi blocco è durato per oltre quattro giorni, e come il rogo si spegneva, qualcuno provvedeva a riaccenderlo. Vigili del fuoco e canadair in azione hanno potuto evitare solo in parte che si propagasse, tanto che il traffico è stato deviato lungo le strade parallele, contribuendo a paralizzare altre arterie importanti.

Ora si scopre che l’obiettivo potrebbero essere i nomadi. Che qualcuno ha voluto fargli sapere che rischiano l’incolumità. Le indagini successive proveranno ad accertare quanto questa pista sia la più attendibile. Nel frattempo la Forestale l’ha indicata come la più accreditata allo scoppio degli incendi, e la dinamica non ha lasciato dubbi sin dal primo momento: si trattava di dolo.

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