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La Spagna rischia di tornare al voto?

È stata stroncata sul nascere, bocciata dai socialisti senza nemmeno essere valutata nei contenuti, la grande coalizione che il premier uscente Mariano Rajoy ha riproposto ieri per tentare di dare un governo alla Spagna dopo sei mesi e due elezioni inconcludenti. Al termine di un colloquio durato quasi un’ora tra i leader dei due maggiori partiti spagnoli, il socialista Pedro Sanchez ha ribadito il suo «no» ad ogni negoziato con la destra. Mentre Rajoy ha accusato i socialisti di essere «irresponsabili» e ha affermato che se i popolari non riusciranno a ottenere i numeri per governare, la Spagna sarà costretta a tornare a votare.

Rajoy ha ricevuto da re Felipe VI l’incarico di formare il nuovo esecutivo ma può contare solo sui voti dei suoi 137 deputati e per raggiungere la maggioranza di 176 seggi deve cercare l’appoggio delle altre forze. Nessuno sembra tuttavia disposto a negoziare con i popolari che hanno guidato il Paese negli ultimi quattro anni. Lo stesso premier uscente ancora non ha chiarito se si presenterà in Parlamento per il voto di fiducia, come previsto dalla Costituzione, o se invece, preferirà rinunciare all’incarico ed evitare così la sconfitta in aula.

«Spetta ai popolari e alle forze della destra il compito di trovare un’intesa. Noi – ha spiegato il socialista Sanchez – non sosterremo in alcun modo un governo di destra, e Rajoy non può certo pretendere che la sinistra faccia il lavoro al posto suo». Sanchez ha poi confessato di sentirsi «più preoccupato dopo il vertice di quanto non fosse prima di entrare nella riunione». In Parlamento, ieri in serata, Rajoy ha spiegato che per la Spagna «in questo momento è urgente formare un governo»: «Ciò che ci unisce è molto di più di ciò che ci divide. Volere è potere», ha detto Rajoy rinnovando l’appello ai socialisti, per poi aggiungere che «andare a votare per la terza volta in meno di un anno sarebbe una follia che farebbe molto male alla credibilità e al prestigio del Paese».

Come previsto, dopo le elezioni di fine giugno, sono i socialisti a tenere in mano le chiavi del nuovo governo. I centristi di Ciudadanos hanno garantito l’astensione per consentire ai popolari di governare, ma solo se Rajoy si farà da parte. Lo stesso Sanchez sembra determinato ad attendere che Rajoy esca di scena prima di avanzare la sua proposta. Mentre Pablo Iglesias con Podemos insiste sul patto a sinistra con i socialisti: una coalizione che comunque con 156 seggi non raggiungerebbe la maggioranza assoluta in Parlamento e avrebbe bisogno dell’aiuto, molto incerto, di qualche formazione minore.

Le dichiarazioni di Sanchez non lasciano spazi di trattativa: «Salvo qualche voce isolata, gli iscritti al partito e i nostri elettori non vogliono un accordo con i popolari», ha detto ieri il leader socialista. Ma la «voce isolata» è quella dell’ex premier socialista Felipe Gonzales: un alleato inatteso per Rajoy che con l’astensione dei socialisti potrebbe restare alla Moncloa con un governo di minoranza.

L’economia continua a crescere e chiuderà l’anno con un’espansione del 2,9%; il numero dei disoccupati è diminuito in luglio di 84mila persone a 3,68 milioni di persone, la cifra più bassa da agosto 2009. Ma Madrid non può più permettersi di vivacchiare senza un governo in piene funzioni: l’Unione europea ha appena graziato il governo sul deficit pubblico chiedendo tuttavia rapide ed efficaci misure di risanamento del bilancio. Rajoy proseguirà oggi il giro di consultazioni incontrando Albert Rivera di Ciudadanos, il premier uscente si è detto determinato a fare «tutto il possibile e anche l’impossibile». Il ricorso al terzo voto in un anno, sancirebbe il fallimento politico del Paese.

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