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Olimpiadi, su il sipario. Tutto il mondo a Rio

035353148-465237f1-98a8-416a-b9ba-fda4e69419d0 Sarà Maravilha. La prima volta del Sudamerica, l’entrata del Brasile nel club dei Cinque Cerchi dopo 120 anni. La lunga attesa oggi finisce. O pais tropical vincerà. Perché il Brasile in tv è fotogenico, perché i Giochi numero 31 inquadrano solo la facciata, perché l’immaginario conta: le telenovelas lunghe come fiumi ampi, il suolo screpolato del sertão, il tabaco natural, le ricette dell’anatra al tucupi, del vatapá, della feijoada, la caipirinha, i codornos, le quaglie arrostite, le grida delle scimmie sulle piante di mango, le piantagioni di cacao e di caffè, la chiesa rossa di don Helder Camara, che diceva “quando io do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista”. E perché la letteratura e il cinema non si cancellano: Sonia Braga, “Dona Flor e i suoi due mariti”, il “Grande sertão” di Guimarães Rosa, “O cangaçeiro”, la canzone del 1964 di Joan Baez, dedicata a Lampião, “Deus e o diabo na terra do sol” e “Antonio das mortes”, il film culto di Glauber Rocha. Con Jorge Amado che insisteva: “Il voler bene non si compra, non si vende, non s’impone con il coltello alla gola, né si può evitare: il voler bene succede”.
Il Brasile è una marea del tempo, è un sottofondo musicale che culla, Rio inquadrata dall’alto è mozzafiato, la spiaggia di Copacabana, luogo luminoso, in lingua quechua, è un sogno sportivo lungo quattro chilometri, e la vicina ragazza di Ipanema, quella del bar Veloso, continua a camminare nel mondo anche se quella vera, la signora Heloisa Pinheiro, oggi ha 71 anni e quattro figli. Se ti ha cantato Frank Sinatra non puoi arrancare. Copacabana è la principessa del mare e un palcoscenico mondiale: un milione di persone per il concerto dei Rolling Stones nel 2006, tre milioni e mezzo per la messa di Papa Francesco nel 2013, e ora beach volley, open water, ciclismo, triathlon, vela, canoa e canottaggio. Un museo sportivo a cielo aperto. In tv i primi piani su Rio, atleti e stadi, verranno benissimo. Anche l’accensione a basso consumo della fiamma: O Rei Pelé, il tennista Kuerten, il velista Grael o altre sorprese. Anche il Maracanã, per decenni lo stadio più obeso e tondo del mondo, non sfigurerà. O estadio dos reis, chiaro. Nilton Santos lo definì una pentola a pressione, è tra le favelas di Turano e Mangueira, dove s’incrosta la salsedine, ma nessuna paura, l’ultima tribù di indigeni l’hanno fatta sfollare per i mondiali di calcio 2014. Danni collaterali, anche a Seul e a Pechino buttarono giù con le ruspe i vecchi insediamenti e spostarono gente, ad Atlanta invece offrirono agli homeless un biglietto di autobus per destinazioni preferite, purché lontane. Ma l’on the road prevedeva la sola andata. La tv non prevede povertà e desolazione. Sono giochi, non tg. Le Olimpiadi sono un acceleratore di orgogli, un frullato di nazionalismo, promuovono nuove gerarchie (Corea, Cina) in una specie di G7 dei Cinque Cerchi. Il Brasile nel 2008 fece un passo avanti con Lula, metallurgico del nordeste, eletto presidente. La sua strategia davanti ai membri del Cio fu semplice: mostrò un mappamondo con tanti puntini: 16 in Europa, 6 in America del Nord, 3 in Asia e 2 in Oceania. Tutti avevano avuto i Giochi, tranne Sudamerica ed Africa. Non era razzismo questo? Il Brasile usciva dalla povertà, si stava formando una classe media, perché non dargli una possibilità? I mondiali di calcio che tornavano nella patria del futebol avrebbero fatto da apripista. Infatti furono fischi al governo, più di un milione di persone in piazza a contestare, con il movimento “Não Vai ter Copa”, Non ci sarà la Coppa, anche gli indios in strada con le frecce. La gente richiedeva standard Fifa anche per la sanità, per i trasporti, per i servizi. Per una qualità della vita che restasse dopo i 90 minuti di gioco. E invece sprechi, eccessi, furti: 450 milioni di dollari per sei chilometri di metropolitana a Salvador, nello stato di Bahia. E in più la legnata beccata dagli eredi di Pelé: 7-1 dalla Germania. Zitti, e a casa. Altro che serie A.
Lì vacillò la presidente Dilma Rousseff, che sotto tortura negli anni della dittatura non aveva parlato. E che ora è inquisita. Questo doveva essere il suo riscatto. Invece sono le sue ultime ore nel Palacio da Alvorada. È sola e sospesa. Sta pensando di andare a lavorare in un negozio di libri, tornerà ad abitare con la madre in Rio Grande do Sul, ma ora andrà a trovare i nipoti a Porto Alegre dove alloggia nel condominio Tristeza (non è uno scherzo). Guarderà la cerimonia in tv: tranquilla, qualcun altro prenderà i fischi per lei. Non ci sarà nemmeno Lula, ex presidente (pensa di tornare nel 2018), anche lui inquisito.

Rio 2106 è già in bancarotta. Si cerca di tagliare e di risparmiare su tutto. I trasporti sono un caos, le distanze sono un viaggio nell’Apocalisse, la qualità delle costruzioni è infima, l’organizzazione zoppica. Ma a nessuno interessa. Ogni disgrazia scomparirà e se ne andrà come Adhemar Ferreira da Silva, il grande triplista brasiliano, oro olimpico nel ’52 e ’56, che spariva nella notte nel film in “Orfeo Negro” di Marcel Camus, con le musiche di Vinicius de Moraes. In tv sarà tutto bellissimo: l’oceano, la gioventù del mondo, la foresta amazzonica diserbata, i tuffi, le piscine, gli stadi, gli impianti. Nessuno vedrà i calcinacci negli angoli. I Giochi sono una cosmesi favolosa. Un Truman show dello sport. Però attenzione a chi nella sfilata porterà i cartelli con i nomi dei paesi. Uomini donne e altro sesso. In questo Rio sarà all’avanguardia. E molto vera.

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