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Braccio di ferro sui dirigenti pubblici, la riforma va fatta, il governo cerca una via d’uscita

La delega sulla dirigenza va esercitata a tutti i costi. Questa è la linea di Matteo Renzi e Marianna Madia dopo lo stop al relativo decreto nel Consiglio dei ministri di mercoledì, che invece ha definitivamente approvato il riassetto delle società partecipate. Lasciar passare il termine del 28 agosto, e quindi far scadere i dodici mesi previsti dalla legge andata in Gazzetta ufficiale proprio un anno fa, vorrebbe dire mettere a rischio l’intero impianto della riforma della pubblica amministrazione, per la parte significativa che non è ancora diventata legge. E questo a cascata significherebbe dare un colpo all’intero impianto riformatore per il quale l’Italia si è impegnata a vari livelli in Europa. In ballo ci sono la clausola delle riforme che ha già garantito la flessibilità dei conti per il 2016 ed anche centinaia di milioni di Fondi strutturali europei contrattati sotto questa voce (Rafforzare la capacità istituzionale e promuovere un’amministrazione pubblica efficiente) nell’accordo di partenariato 2014-2020.
Dunque il decreto s’ha da fare, nonostante le perplessità di una parte consistente degli interessati. Per questo è in corso anche in queste giornate ormai ferragostane un discreto lavorio per trovare una soluzione in particolare sul nodo della clausola di salvaguardia richiesta dai dirigenti generali in carica, rispetto al ruolo unico e in generale alla nuova disciplina. Un dilemma non semplice, per il governo. Da una parte c’è il peso di personaggi che assicurano il funzionamento della macchina amministrativa anche in settori delicati e gestiscono dossier-chiave per la politica dell’esecutivo. Dall’altra il rischio che un’eccezione sia letta come una concessione ad una casta di alti mandarini. Per cui la mediazione viene ricercata – sul tema c’è una forte sensibilità in particolare al ministero dell’Economia – ma non a tutti i costi. Un altro nodo che desta preoccupazione è quello degli enti territoriali, con il presidente della Regione Veneto Zaia che ha già impugnato la riforma davanti alla Corte costituzionale. E c’è pure un fronte più ristretto. Mentre l’articolo 11 della legge delega prevede le nuove regole per la dirigenza, al numero 8 si parla di un riordino di compiti e funzioni della presidenza del Consiglio. Palazzo Chigi è stato risparmiato dal recente accorpamento dei comparti contrattuali rimanendo separato dai ministeri; questo potrebbe sulla carta suggerire di prevedere norme particolari solo per i dirigenti della presidenza, sia di prima che di seconda fascia Comunque se anche una trattativa è in corso, non passa per canali formali. «Abbiamo chiesto da maggio di avviare un confronto – spiega Pietro Paolucci, segretario generale della Dirstat-Pcm – ma non abbiamo avuto alcuna risposta». E la resistenza dei dirigenti alla riforma? «Non siamo arroccati su posizioni anti-migliorative, dateci i mezzi e ragioniamo su professionalità e meritocrazia….ma qui non c’è nessuna mappatura degli organici, nessuna programmazione del fabbisogno. E anche i Pc sono vecchi….».

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