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Sirte, nei covi conquistati la mappa degli jiadisti in Italia?

2016-08-08T145514Z_1947140936_S1BETUGUOGAA_RTRMADP_3_LIBYA-SECURITY-INTERVENTION-kKKD-U43210942082239PBI-512x350@Corriere-Web-Sezioni Lo scrive il Corriere della Sera nei servizi del suo inviato nella Sirte. Nei covi lasciati dagli jihadisti in fuga ci sono documenti inquietanti, praticamente i progetti del Califfato per la penetrazione in territorio italiano, la mappa dei dormienti jihadisti nella penisola, nelk Milanese soprattutto. In sostanza l’invasione dell’Italia, e quindi dell’Europa «cristiana decadente», avrebbe dovuto cominciare proprio dalla sua capitale libica. Sirte sarebbe stato il centro di smistamento e lancio delle azioni. In parte l’operazione è già cominciata con l’invio di decine, se non centinaia, di militanti partiti in modo legale, ma soprattutto infiltrati tra le masse di disperati a bordo dei barconi del traffico illegale di migranti. Nel materiale ritrovano c’è tutto, anche il ruolo del saudita Abu Amer al Jazrawi, il responsabile militare dei jihadisti di Sirte e quello di Hassan al Karami, il leader religioso originario di Bengasi. Ci sono documenti relativi alle colonne in Europa, ai loro contatti e referenti, ci sono numerosi riferimenti all’Italia, soprattutto su elementi libici, tunisini e sudanesi che agiscono nel Milanese Sono tutte notizie che trasformano lo slogan scritto sui muri presso il porto di Sirte, «Da qui, con l’aiuto di Allah, approderemo a Roma», da motto propagandistico a minaccia molto reale e immanente. Gran parte del materiale raccolto dalle brigate in avanzata testimonia delle lezioni di catechismo della jihad del Califfato locale, raccoglie motti inneggianti al «martirio», è mirato a creare proseliti tra i giovani abitanti della regione che una volta era più tenacemente legata a Muammar Gheddafi. Alcuni quaderni contengono istruzioni sulla costruzione di rudimentali esplosivi con le semplici materie prime ancora disponibili sui mercati di Sirte sempre più devastata e assediata. Oltre a consigli sulla lavorazione in bombe letali dei prodotti chimici per l’agricoltura, l’utilizzo delle batterie delle auto per i detonatori. Ma a Tripoli cercano soprattutto nomi e contatti degli agenti più pericolosi di Isis sparsi in piccole cellule sul territorio nazionale — specie Sabrata, l’oasi di Sabah in pieno deserto, Kufrah, Bengasi e alcuni quartieri della capitale.

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