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TERRORISMO/ Nel Milanese cautela e massimo monitoraggio

C’è sorpresa, ma anche cautela, a Milano, dopo l’allarme terrorismo lanciato in prima pagina dal Corriere della Sera a seguito di indiscrezioni ottenute a Sirte, in Libia, dove è in corso un’offensiva contro le milizie di Daesh, il sedicente Isis. Bocche cucite, tra gli operatori delle forze dell’ordine, e nessun commento ufficiale nemmeno dai vertici locali della Sicurezza, sulla possibile presenza, nel Milanese, di cellule o singoli uomini legati al Califfato. Per quanto riguarda, invece, l’ipotesi di una eventuale presenza di jihadisti sui gommoni, il presidente del Copasir Giacomo Stucchi parla di un «allarme» nuovo che tuttavia «bisogna recepire» e proprio per questo sono «necessarie attenzioni ulteriori per controllare» ed identificare. Sull’allarme milanese, dalla totale riservatezza di inquirenti e investigatori emerge però la sensazione che non ci si trovi di fronte a una situazione di emergenza. Anzi, apparentemente la notizia sarebbe stata presa con un certo distacco: «Vedremo, valuteremo, non sottovalutiamo nulla», le mezze parole più comunemente usate. Di certo, se a livello di intelligence la questione non potrà essere passata senza un minimo di fibrillazione, gli organi investigativi proseguono sulla linea già tracciata. Chi ricorda che «il rischio zero non esiste», chi che «ovviamente c’è attività di monitoraggio, e se c’è, ci sono dei sospettati». Come a dire ‘tutto sotto controllò, ma senza sbilanciarsi troppo sapendo del rischio di essere magari smentiti dai fatti. Di certo, se e quando, le carte arriveranno in Italia sarà possibile avere un riscontro su particolari ritenuti non secondari, come la figura di Abu Nassim, all’anagrafe Moez Ben Abdelkader Fezzani, arrestato dagli americani, processato a Milano, assolto e tornato in Libia, a quanto pare, legato al Fronte al-Nusra. E in collegamento, anche con il gruppo che ha rapito i tecnici della Bonatti. Già precedenti indagini hanno portato alla luce connection, addestratori, aspiranti terroristi in Lombardia. E se nel mirino c’è la provincia, non si può non ricordare quanto più volte sottolineato dai vertici dell’Arma, ovvero che le stazioni e le compagnie carabinieri sono state allertate al massimo, in quanto naturali ricettori sul territorio di quanto accade in paesi e cittadine. Come nel caso di Aftab Farook, il magazziniere 26enne pakistano espulso il primo agosto dall’Italia con l’accusa di essere un aspirante combattente dello ‘Stato Islamicò ben ambientato a Vaprio d’Adda, nel Milanese in cui abitava e lavorava, con la famiglia e un passato da campione di cricket. Meno preoccupante il caso del turco con una mannaia individuato a Venezia mentre pregava in stazione (un suo amico e tre donne erano state bloccate a Milano) sul conto del quale però vengono compiuti approfonditi accertamenti. O ancora nel caso del proselitismo sui social emerso nell’indagine che ha portato in primavera a un’ordinanza di custodia nei confronti di un giovane che si ritiene in Siria, Monsef El Mkhayar che insieme a un amico (poi morto) era stato affidato nel 2010, ancora minorenne, alla comunità Kayros di Vimodrone (Milano) e da maggiorenne trasferito in un appartamento a Milano. Il 25 maggio scorso erano stati inflitti 6 anni di carcere al tunisino Lassaad Briki e al pakistano Muhammad Waqas, arrestati nel luglio 2015 e che, intercettati, parlavano di attentati da compiere in Italia. Anche Brahim Khachia e Zhour Loumiy, marocchini residenti a Brunello (Varese) e genitori di due presunti jihadisti, sarebbero stati fiancheggiatori dell’Isis, stando agli atti dell’inchiesta milanese con al centro la figura del pugile Abderrahim Moutaharrik arrestato lo scorso 28 aprile. Prima che con l’Isis il Milanese aveva fatto i conti con il pericolo Al Quaeda. Abitavano a Giussano (Milano) due marocchini arrestati mentre preparavano attentati a Milano. Uno dei due sembra avesse indottrinato il figlio di 2 anni con i principi della guerra santa e gli aveva insegnato a chiamare Osama bin Laden «zio Osama». Era il 2008. Erano residenti nella zona anche alcuni dei primi espulsi dall’Italia per ideologia jihadista, come il tunisino residente a Merate (Brianza lecchese), imbarcato verso il suo Paese. Dalla Brianza sono partiti anche i primi foreign fighters identificati come tali in Italia: Valbona Berisha, 33 anni, origini albanesi, che abitava a Barzago (Lecco) ed è fuggita in Siria, portando con sé il figlio di 6 anni e lasciando al marito gli altri due. Viveva vicino a Inzago anche la foreign fighter forse più famosa, Maria Giulia «Fatima» Sergio, che si troverebbe in Siria con l’Isis. Senza dimenticare il caso di Alice Brignoli e del marito Mohamed Koraichi, abitanti a Bulciago (Lecco). Le nuove notizie su esponenti dell’Isis «alza l’allarme sul nostro territorio, ma soprattutto lo eleva per quel che riguarda Milano e la Lombardia» è stato il commento di Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e Segretario della Lega Lombarda. «Chiediamo al Governo di intervenire immediatamente per evitare di rendersi complice di attentati»: gli ha fatto eco l’assessore alla Sicurezza della Lombardia, Simona Bordonali. Sono «allarmanti» le notizie sulla presenza di affiliati dell’Isis «anche nei quartieri di Milano» come a San Siro, secondo Mariastella Gelmini, che ipotizza anche di «ripristinare la legislazione antiterrorismo».

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