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LAVORO/ Giovani pronti ad adattarsi, ma solo il 35% va a vivere da solo

È aumentata molto negli ultimi anni la disponibilità dei giovani ad adattarsi al lavoro e a continuare a cercare di vedere positivamente la propria vita. Emerge dal ‘Rapporto Giovanì, promosso dall’Istituto Toniolo di Studi Superiori, secondo il quale i giovani tra 18 e 32 anni valutano con un voto medio di 4,3 (su una scala da 1 a 5) il senso di soddisfazione sulla propria vita. Dallo studio, presentato al Meeting di Rimini, emerge anche che tra gli under 30 che vivono con i genitori, la percentuale di chi progetta l’uscita entro un anno dall’intervista è poco più di un quarto nella fascia 18-24 e a poco più di un terzo nella fascia 25-29. «L’Italia è uno dei paesi che meno hanno aiutato i giovani a proteggersi dai rischi della crisi», spiega uno dei curatori del rapporto, Alessandro Rosina. «Eppure i giovani italiani non sono rinunciatari. Hanno in partenza progetti di vita importanti da mettere in atto e un atteggiamento positivo verso il lavoro». «In un contesto di perdurante difficoltà nel mondo del lavoro – spiega il rapporto, realizzato con il sostengo di Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo – l’autorealizzazione viene messa in secondo piano rispetto al reddito, soprattutto nelle classi sociali medio basse. E la remunerazione è infatti uno dei principali punti dolenti della qualità del lavoro svolto, assieme alla non sempre stretta coerenza con il proprio percorso formativo. Questa condizione di adattamento riguarda tutti, ma è ancora più forte per chi ha un lavoro a tempo determinato (49,3%)». Emerge inoltre che la maggior stabilità di chi ha un lavoro a tempo indeterminato e la soddisfazione complessiva verso il lavoro sono legate positivamente sia alla soddisfazione per la propria vita e le scelte fatte, sia come atteggiamento positivo verso il proprio futuro. Al punto più basso si trovano i Neet, i giovani che non studiano e non lavorano: la loro soddisfazione per la vita raggiungere 3,7 punti in media su 5, contro un valore pari a 4,3 di chi ha un lavoro instabile e 4,8 per chi ha un lavoro a tempo indeterminato. I Neet sono anche la categoria che meno è sicura delle scelte fatte nella propria vita. Per quanto riguarda il progetto di uscire dalla casa dei genitori, inoltre, esistono differenze marcate sia rispetto alla presenza del lavoro sia al tipo di lavoro: per chi ha un contratto a tempo determinato si sale al 45% di intenzioni positive di uscita, mentre tra i Neet non solo il valore è molto basso (23%) ma rimane sostanzialmente fermo all’aumentare dell’età. Inoltre, «l’elevata percentuale di Neet tra gli under 30 in Italia (il cui valore assoluto, superiore ai 2 milioni e 200 mila, è il più elevato in Europa) – osserva lo studio – non compromette solo le vite lavorative dei giovani ma costituisce un enorme macigno sulla sostenibilità sociale, sulle dinamiche demografiche e sullo sviluppo economico dell’intero paese».

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