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Marchionne, mercati senza morale, agire con coscienza

I mercati non hanno morale, non distinguono il giusto, non possono regolare una società equa. E anche per il profitto c’è un limite oltre il quale diventà avidità. Il «numero uno» di Fca, Sergio Marchionne, premia alla Luiss i vincitori di un concorso sulla finanza, focalizzato sul trading, e ammonisce i presenti sui rischi di mercato e democrazia. Non mette in contrasto industria manifatturiera e chi opera sui mercati. Ma spiega che bisogna «fare i conti con la propria coscienza». La carriera, aggiunge poi, non basta a fare un leader che dipende non da quello che fa ma da quello che lascia in eredità. «Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati – afferma – la creazione di una società equa» perchè «non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è». «L’efficienza – aggiunge – non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita. C’è un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dover di fare i conti con la propria coscienza». Marchionne parla della crisi, partita con i mutui subprime, che «ha evidenziato la necessità di ripensare il ruolo del capitalismo stesso, e di stabilire qual è il corretto contesto dei mercati. Sono una struttura che disciplina le economie, non la società». Quindi, ha proseguito, «se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce. E questo non può essere accettabile». Certo, aggiunge, «è fuori discussione la forza del libero mercato in un’economia globale»: «nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati – spiega – Questo campo aperto è la garanzia per tutti di combattere ad armi pari». Tuttavia «il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine». Occorre quindi «creare le condizioni per un cambiamento virtuoso» e «per promuovere la globalizzazione che sia davvero al servizio dell’umanità». In questo contesto ha un ruolo anche il leader, che richiede «la capacità di guidare un programma di cambiamento» e «di guidare le persone» ma che si misura «non in base a ciò che ha ottenuto nel corso della sua carriera, ma piuttosto a ciò che ha dato», «non su quello che ha realizzato oggi, ma sull’eredità che si lascia alla spalle».

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