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PROFILO/ Piano, l’archistar che fa rinascere le città

«Le radici sono il tuo vissuto, un terreno fertile straordinario. E tutta la vita continui a ripassare una storia che ti appartiene, basta non costruirci sopra castelli di retorica, autobiografie, basta insomma non pensarci, ma sapere che quel mondo local è diventato il tuo universale, il tuo timbro, che non significa stile, che invece è un’idea cretina, banale e commerciale». Parola di Renzo Piano, il più italiano e il più internazionale degli architetti italiani, il più tradizionale ed insieme assolutamente innovativo: maestro capace di piegare metallo, legno o cemento a suo piacimento, così come di usare il grigio assoluto e i più forti dei colori per cambiare il paesaggio di qualunque città o farla rinascere. Oggi il premier Matteo Renzi è andato nella sua Fondazione a Genova, nel suo studio, per consultarlo ma forse anche per affidargli l’incarico di «direttore artistico» della ricostruzione dopo il terribile terremoto dei giorni scorsi. Quattro ore di dialogo con il più grande architetto italiano contemporaneo ma anche una voce sempre fuori dal coro nella sua magnifica arte esattamente come nelle sue opinioni, decisamente controcorrente. Oggi, in un’intervista al Corriere della sera, si era espresso proprio sul terremoto, scrivendo che bisogna «ricucire senza distruggere, la leggerezza come dimensione tecnica e umana». Ma per farlo «serve un programma di investimenti e incentivi». Un’operazione che «deve essere di sistema, non si fa in un paio d’anni. Servono due generazioni. O anche di più». Genovese di nascita (è nato il 14 settembre 1937), è cittadino del mondo, ha studiato all’Università di Firenze e al Politecnico di Milano, poi – dopo aver conosciuto il mestiere da vicino facendo pratica nel cantiere del padre costruttore – completa la sua formazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Ma è in Francia che incontra prestissimo la gloria vincendo nel 1971 (ad appena 34 anni) insieme a Richard Rogers – che lo definisce maestro della leggerezza – e Gianfranco Franchini quell’astronave metafisica che è il Centre George Pompidou, ovvero quel Beaubourg che è ancora oggi uno degli spazi espositivi più visitati, ma che alla sua fondazione scatenò non poche critiche per la forza innovativa. Un palazzo di tubi e metallo precipitato nel cuore storico della città, e del resto l’interesse di Piano va all’inizio ad opere di valorizzazione e riscoperta di centri storici e paesaggio: da Otranto all’isola di Burano, per non parlare del porto antico di Genova, Rodi, La Valletta, Pompei e i Sassi di Matera. E vicino al Beaubourg Renzo Piano abita e lavora ancora oggi: «Ancora oggi mi chiedo come mai ce lo abbiano lasciato fare». Perchè se c’è una cosa certa è che le opere di Piano sono state capaci di cambiare il volto degli spazi metropolitani, sempre usando materiali innovativi dedicati spesso alla nascita di edifici in cui si vive l’esperienza dell’arte o del sapere, o del diletto in tutte le sue declinazioni. Dall’armadillo spettacolare dell’Auditorium di Roma allo stadio San Nicola di di Bari, all’aeroporto di Osaka, alla discesa-nave Nemo di Amsterdam museo della scienza, al Designer center della Mercedes Benz a Stoccarda all’Aurora place a Sidney, alla «scheggia» della Shard London Bridge. Fino al Muse, il nuovo museo delle Scienze di Trento, inaugurato a fine luglio, all’intero del quartiere ecosostenibile, Le Albere, interamente progettato da Piano. Progetti che spesso hanno avuto un valore simbolico, come è stato per la straordinaria Postdamer Plaz di Berlino, che segnò la rinascita della città dopo la caduta del Muro, con un agglomerato futurista di palazzi di vetro, mattoni e cemento, firmati da archistar del calibro di David Chipperfield, Helmut Jahn, Diener+Diener, Giorgio Grassi e molti altri sulla spianata fangosa, terra di nessuno, degli anni della guerra fredda. In intervista disse che «l’architettura è prevalentemente luogo pubblico, costruzione di città, luogo di civiltà e di incontro, quindi avamposto contro la barbarie. La curiosità e la radice umanistica sostengono e reggono il tutto, la città ma anche l’edificio». Time lo incoronò nel 2006 tra le 100 personalità più influenti al mondo e del resto il suo studio, il Renzo Piano Building Workshop è il primo per fatturato sia in Francia, sia in Italia.

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