| categoria: Roma e Lazio

IL PUNTO/ Eutanasia di un mini-direttorio

Taverna, Lombardi, Perilli, Castaldo. Erano stati messi in mezzo per aiutare la Raggi, per fare da anello di congiunzione con i “capi” in Parlamento, per fare da cuscinetto tra sindaco e resto del mondo capitolino. Hanno creato solo guai, scatenato guerre per il potere, hanno piazzato amici e affini. Alla fine si sono auto-affondati con buona pace di Grillo. Ma i danni sono stati fatti e il conto lo paga Roma

Di Giovanni Santoro
Erano stati chiamati per “coadiuvare” l’operato di Virginia Raggi, la prima donna sindaco di Roma. Un corpo intermedio che doveva fare da anello di congiunzione con il fratello maggiore: il direttorio dei frontman/fratelli Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. E, per distinguerlo da questo, era stato usato l’aggettivo ‘mini’. Ma, a oltre due mesi dalla sua entrata in scena risultati zero. Macchina amministrativa ferma, azzoppata da una guerra tra bande. Che ha usato la Capitale per pesarsi. Mentre è implosa la squadra formata dalle parlamentari Paola Taverna e Roberta Lombardi, dal consigliere regionale David Perilli e dall’eurodeputato Fabio Castaldo. Questi ultimi, non appena il gioco si è fatto duro sono stati eclissati rispetto alle donne di ferro.
La prima a mollare Raggi è stata Lombardi. Classe ’73 e capogruppo dei grillini neoeletti alla Camera, nel 2013, sbatte la porta della stanza dei bottoni per la vigilanza politica sull’amministrazione capitolina. Veleni e veti incrociati sulle nomine del sindaco che nascono da lontano. Una guerra di correnti, tra quella che preferiva come candidato sindaco Marcello De Vito e quella che ha portato sullo scranno più alto la prima donna della Capitale.
Un divorzio inevitabile dopo lo scontro per la nomina di Paola Muraro come titolare dell’Ambiente. Ma che era nato con il casus belli di nominare il consigliere Daniele Frongia come capo di gabinetto. Incarico sfumato, come l’armonia. Ma Lombardi resta una potente tessitrice di trame a Roma. Anche se i suoi modi decisionisti le attirano critiche e sfottò. Come quando, appena eletta, scivolò sull’età anagrafica minima per l’elezione a presidente della Repubblica. I cronisti parlamentari raccontavano delle sue bevute alla fontanella di Montecitorio, senza usare i bicchieri di plastica “perché inquinano”.
Recentemente, in piena campagna elettorale di Virginia Raggi, ha scritto alla scuola frequentata dal figlio: usando, però, la carta intestata della Camera dei deputati. Si è distinta per aver disertato l’apertura della campagna elettorale romana, si dissocia anche da altre sciocchezze.preferisce la dicitura “sindaco” a quella femminile (sindaca) appiccicata dai media addosso alla Raggi, perché, per lei, “le cariche non hanno sesso”. Di cose più serie non c’è memoria
L’altra donna è Paola Taverna: terza dei senatori eletti nel Lazio per il Movimento 5 Stelle, 46 anni, romana. Un diploma come perito aziendale, un lavoro in uno studio clinico, poi il salto a palazzo Madama. È finita sotto accusa perché avrebbe espresso il desiderio di veder cadere il primo cittadino sin da subito. Frase smentita ma la bufera non passa. Oggi è sul banco degli imputati perché fortemente sospettata di aver “passato” informazioni preziose ai giornali. Principalmente, la mail pubblicata dal Messaggero, che dimostra inequivocabilmente come Luigi Di Maio sapesse dell’inchiesta in corso su Muraro.
Non solo. Criticata anche per aver portato nel mini-direttorio romano il suo compagno grillino, Stefano Vignaroli. Mai entrato ufficialmente, lei ha sempre respinto le accuse: “E’ bravo”. La Taverna è sempre schietta, abituata alle uscite sopra dalle righe. Prima delle amministrative disse a Radio Cusano: “A Roma potrebbe essere in corso un complotto per far vincere il Movimento e farci fare brutta figura”.
Scomparso dai radar Castaldo. Il consigliere regionale Gianluca Perilli balza agli onori delle cronache per aver ricevuto un rimborso di 2634 euro di contributi minimi per la cassa forense: tradotto, i contributi che lui – avvocato – deve versare al suo ente di appartenenza. Si è difeso dicendo di aver comunque restituito la diaria. Infine, l’abbandono del l’interno mini-direttorio, che lascia il Campidoglio alla mercè delle intemperie politiche. In nome di una pseudo autonomia. Con la Raggi che, per ora, incassa una tregua armata. Ma l’ascia di guerra tra le “prime donne” del Movimento non è ancora sotterrata. Il conto lo paga Roma.

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